Il giudice Falcone e la profezia di don Masino

di Giuseppe D'Avanzo

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Giuseppe D'Avanzo - Giornalista

Se c'era una parola, un'accusa che lo feriva era quella parola e quell'accusa che ha dovuto leggere sui giornali, che è risuonata nei convegni, che gli rotolava alle spalle - alle spalle, mai sulla faccia - di essere ormai "andato", di essersi "piegato", di essere ormai - né più né meno - un "reggicoda" del potere politico che voleva - né più né meno - strozzare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, che voleva - né più né meno - impedire allo Stato di recidere il legame doppio tra mafia e politica.
Erano parole, era un'accusa che aveva dovuto leggere e sentire - alle spalle, mai sulla faccia - dal 13 marzo 1991 quando aveva accettato di diventare direttore degli Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia. Gli avevano impedito di essere consigliere istruttore (gli avevano preferito per "anzianità" Antonino Meli), avevano distrutto il pool (era diventato un "centro di potere", avevano detto), avevano smembrato l'inchiesta-collettore su Cosa Nostra ("è un'organizzazione che non ha struttura priramidale", avevano sentenziato). Lo avevano costretto in un ruolo subalterno alla Procura della Repubblica. Aggiunto procuratore, appunto.
Aveva detto di sì a Roma, allora. Lo aveva detto con la disperazione impotente che hanno i meridionali che sono costretti a partire, a emigrare, a lasciare ciò che si ama, i luoghi della memoria, le "radici antropologiche" diceva lui, per ricominciare altrove il discorso che era stato interrotto e che andava completato.
Giovanni Falcone quando parlava della sua Sicilia, della sua Palermo sceglieva un verso: "Nec tecum nec sine te vivere possum". E spiegava quella frase con le parole di Leonardo Sciascia, un altro grande siciliano che non sempre gli fu amico: "Amare una terra e una gente al tempo stesso che si detesta, sentirsi somiglianti e diversi, volere e disvolere, bisogna riconoscere che è un bel guaio. In questo guaio viviamo tutti noi siciliani e un guaio non è mai bello. E' certo più difficile essere siciliani che milanesi. E' forse per questo faccio il lavoro che faccio. Perchè la mafia non è la Sicilia e il siciliano non è un mafioso".
Era questa fiducia in se stesso e nella sua terra e nei siciliani che quelle parole, quell'accusa schiacciava. Giovanni Falcone ne era offeso, umiliato, ma non era uomo (era un siciliano, no?) da darlo a vedere più di tanto. Buttava giù il boccone amaro, prendeva tempo (si versava da bere, si guardava intorno), strizzava gli occhi, sorrideva a labbra strette, alzava le spalle con un gesto nervoso e significativo, più eloquente di qualsiasi parola. Se lo conoscevi bene, potevi notare che c'era una piega amara all'angolo della bocca e una luce triste in quegli occhi che, al contrario, erano sempre vivi e luccicanti di ironia, di passione, di eccitazione "perché c'è tanto da fare e bisogna farlo presto e bene".
Giovanni Falcone, 54 anni, padre funzionario della provincia, madre molto religiosa (della fede sentirà sempre "una nostalgia rispettosa") si era assegnato un compito. Se l'era assegnato molto tempo fa quando, tra le possibili frasi che sceglie ogni ragazzo per orientare (impregnare) la sua vita, lui aveva scelto una - "un po'retorica" ammetteva - di Giuseppe Mazzini. Era questa. Più o meno. Falcone la ricordava così: "La vita è missione e il suo dovere è la legge suprema". La missione che s'era scelto era sconfiggere la mafia, annientare Cosa Nostra. "Fin da bambino - ha raccontato a Marcelle Padovani in un libro (Cose di Cosa Nostra) che è ora, tragicamente, il suo testamento spirituale - avevo respirato giorno dopo giorno aria di mafia, violenza, estorsioni, assassini. C'erano stati poi i grandi processi che si erano conclusi regolarmente con un nulla di fatto. La mia cultura progressista mi faceva inorridire di fronte alla brutalità, agli attentati, alle aggressioni: guardavo a Cosa Nostra, come all'idra dalle sette teste: qualcosa di magmatico, di onnipresente e invincibile, responsabile di tutti i mali del mondo. Nell'atmosfera di quel tempo respiravo anche una cultura 'istituzionale'che negava l'esistenza della mafia e respingeva quanto vi faceva riferimento. Cercare di dare un nome al malessere sociale siciliano equivaleva ad arrendersi agli 'attacchi del Nord'!".
Invece Cosa Nostra si poteva sconfiggere. Giovanni Falcone lo ripeteva da anni. Ogni volta che era possibile e anche, in anni e in luoghi, dove non era possibile. "Chi ha voglia di capire e ha voglia di lavorare - diceva - può farcela. Ho sempre saputo che per dare battaglia bisogna lavorare a più non posso...". Mise da parte l'intenzione di iscriversi a medicina, accantonò l'idea di diventare ufficiale di Marina e, laureato in giurisprudenza, a venticinque anni fece il concorso in magistratura. Giovanni Falcone cominciò a farsi le ossa, come diceva, a Trapani.
"La mafia entrò subito nel raggio dei miei interessi professionali - raccontava - Dieci assassini e la mafia di Marsala dietro le sbarre. Mi indicarono un armadio pieno di pratiche, dicendomi: 'Leggile tutte'. Era il novembre del 1967 e puntuali come un orologio svizzero cominciarono ad arrivarmi cartoline con disegni di bare e di croci. E' una cosa che tocca gli esordienti e non ne rimasi colpito più di tanto". Non era facile da Trapani o da Marsala "avere una visione unitaria del fenomeno mafioso".
Nel 1978 torna a Palermo. Chiese di essere assegnato all'Ufficio istruzione. Lo spediscono al Tribunale fallimentare. Ci resta un anno. Impara a leggere un bilancio, a inseguire i sentieri di un assegno, la discreta presenza di un conto bancario. Impara a orientarsi nei canali finanziari utilizzati da Cosa Nostra per riciclare le ricchezze del narcotraffico. Quando arriva nel pool del consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, Falcone sa quel che c'è da fare, sa come farlo. E' in buona compagnia. "Quando Tommaso Buscetta, nel luglio del 1984, ci capita davanti - ricordava - avevamo già quattro anni di lavoro duro alle spalle. Conoscevamo Cosa Nostra nelle sue grandi linee. Ero in grado di capire Buscetta e, quindi, pronto ad interrogarlo". Prima di Masino Buscetta, lo Stato italiano aveva una conoscenza superficiale del fenomeno mafioso. "Con Buscetta abbiamo avuto finalmente una visione globale del fenomeno, delle sue strutture, delle sue tecniche di reclutamento, delle sue funzioni, del suo linguaggio, del suo codice".
Fu Buscetta a dirglielo: "L'avverto, signor giudice. Dopo quest'interrogatorio lei diventerà forse una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E' sempre del parere di interrogarmi?".
Quando Falcone raccontava le lunghe ore dell'interrogatorio con Buscetta i suoi occhi si illuminavano come devono essersi illuminati in quel benedetto, maledetto giorno in cui finalmente "si avvicinò sull'orlo del precipizio", quando gettò uno sguardo oltre l'omertà, oltre quel muro insuperabile che sempre ha protetto Cosa Nostra. Quasi ridevano quegli occhi. Tornavano ad essere entusiasti. Quasi dicevano (e qualche volta arrivava anche a dirlo): "Ormai ho la chiave per capire, sì ho capito, devo avere ora soltanto gli strumenti per avvicinarmi a quella porta, senza fare passi falsi". Il "passo falso" era la sua ossessione. "Occuparsi di indagini di mafia - diceva - significa procedere su un terreno minato: mai fare un passo prima di essere sicuri di non andare a posare il piede su una mina antiuomo".
Lo diceva ma non si era accorto che già si era incamminato lungo quel sentiero. Come gli aveva anticipato Buscetta, avevano cominciato ad attaccarlo professionalmente. Doveva essere il successore di Rocco Chinnici (ucciso dal tritolo), il Csm gli preferisce burocraticamente Antonino Meli. Negano il suo intero lavoro istruttorio con disprezzo definito il "teorema Buscetta", meglio il "teorema Falcone". Un Corvo lo accusa di aver consegnato licenza d'uccidere al "pentito" Salvatore Contorno. La mafia sistema 50 chili di tritolo sotto la sua casa all'Addaura e nessuno crede all'attentato. C'è chi dice (a Palermo, a Roma): se l'è preparato da solo. Lo accusano di aver "insabbiato" le indagini sui delitti politici. "Corre" per il Csm, lo impallinano i suoi stessi compagni di corrente. Ripiega a Roma, al ministero. Gli dicono che si è inginocchiato al Palazzo.
E' candidato alla Superprocura. Il Csm lo boccia. Sono gli anni amari di Giovanni Falcone. Aveva gli occhi tristi quando ne parlava. Con orgoglio concludeva: "Alla fine, vedrete, la ragione prevarrà". Il terreno, invece, era pronto per l'ultimo atto. La mafia doveva solo presentare il conto. Lo ha presentato ieri. Come aveva previsto Buscetta. Come molti, troppi non hanno voluto prevedere.

Repubblica, 24 maggio 1992

6 commenti

  • bellissimo, triste e sintetico resoconto di un capitolo importantissimo della vita "politica" del nostro Paese. Se dopo aver letto questa pagina, qualcuno ancora dubita della infiltrazione mafiosa e forse anche del "possesso" di "cosa nostra" delle Istituzioni Italiane, allora vuol solo dire che è anche lui "dall'altra parte".

    Ma la VERA DOMANDA è :
    - quanto furono VERI EROI Falcone e Borsellino???

    Io credo che dovrebbero sorgere monumenti in tutte le piazze d'Italia perchè sono stati questi due EROI CIVILI proprio con il loro estremo sacrificio ad innescare ciò che ha permesso il risveglio della coscienza civile, assopita, con molta arte e partecipazione dei mass media, dai fiancheggiatori politici della mafia.

    L'unico esempio che mi viene in mente e che si possa a loro accostare, è Leonida alle Termopili che con pochi fedelissimi tenne testa e sconfisse moralmente un NEMICO non solo suo ma di tutta l'intera "Grecia" spianando la strada alle successive definitive vittorie.

    Auguriamoci tutti che almeno per una volta la Storia favorevole al Popolo si ripeta.
    GA

  • Silvia persiani 7 agosto 2018 alle 10:34

    Da sottoscrivere integralmente il precedente intervento. L’articolo di D’Avanzo è un pezzo di letteratura, per altro scritto sotto una emozione che deve essere stata devastante. Grazie per l’iniziativa di proporre di nuovo questi articoli. Relativamente alle statue di Falcone e di Borsellino si dovrebbe davvero inondare le città. Non solo: il ministero della istruzione dovrebbe imporre a tutti i docenti che il 23 maggio sia giornata con minuto di silenzio e riflessione, che porti con sè il 19 luglio momento in cui le scuole non svolgono attività didattica. È vero inoltre che esiste la giornata dedicata alle vittime della mafia ma penso che Falcone e Borsellino meriterebbero una evidenziazione specifica: la loro vita vale chiaramente quanto quella di altri caduti per mano della mafia, ma hanno subito da parte del paese una serie di violenze in vita che mi appaiono superiori a quelle subite da altre vittime. Posso sbagliarmi per ignoranza ma mi pare così
    .

  • Magnifico articolo scritto da d avanzo il giorno dopo il massacro di capaci. Purtroppo quanto descritto dal giornalista è soltanto la millesima parte di quello che giovanni Falcone ha dovuto subire nel corso della sua breve carriera di magistrato. Sono infiniti e quotidiani gli episodi che lo hanno visto protagonista di attacchi, calunnie, umiliazioni, specialmente dalla magistratura stessa. La politica, certa politica, lo odiava e cercava di fermarlo...ma la cosa terribile è che lo ha fatto utilizzando una (larga) parte di quella magistratura che avrebbe dovuto difenderlo e che invece lo temeva. Anche per la capacità di lavoro che aveva e che altri non avevano e non volevano avere. In una intervista un suo collega (l'uomo che, legittimamente blocco' la sua ascesa naturale al vertice dell'ufficio istruzione l'indomani del trasferimento di Caponnetto...) si diceva stupito di come giovanni falcone potesse avere sviluppato questa enorme capacità lavorativa nel contesto degli uffici giudiziari di palermo, a dir poco sonnacchiosi, definendolo un "unicum" anche relativamente al pool . Ho sempre letto in questa frase qualcosa di poco piacevole e chi è stato a palermo potra' capire meglio il senso delle mie parole. Cmq concordo sempre sul fatto che di giovanni falcone non si parlera' mai abbastanza e che al di la' dei monumenti sono le sue parole ed il suo esempio che andrebbe diffuso adeguatamente.

  • Noi li dobbiamo onorare con il ns impegno continuo e combattere la criminalità sempre e ovunque e raccontare di questi grandi uomini che hanno dato la vita per un futuro migliore ...bravi scrivetene sempre di questi eroi

  • Sono tornata oggi dalla Sicilia, precisamente da Isola Delle Femmine e poi da Marsala. Il mio albergo si trovava in linea d'aria con il luogo dell'esplosione e io da mare vedevo il capanno dove Brusca azionó il telecomando. Oggi c'è scritto "No mafia" . È un luogo dove si dovrebbe andare in pellegrinaggio, assieme al giardino della memoria che si trova a ridosso dell'autostrada. Non vi dico poi che emozione suscita passare proprio davanti al luogo dell'esplosione. È Falcone aveva ragione ad amare e odiare la Sicilia e soprattutto Palermo. La amava perché era la sua terra, ma la odiava perché capiva come stava diventando: Palermo è stata distrutta da Cosa Nostra. È una città brutta, sporca, ferita e si vede che è tutta opera di speculatori senza pietà. Povera Palermo e poveri noi

  • Imma, Palermo non e’ una citta’ brutta, e’ ferita sicuramente e sporca a volte. I palermitani sono pero’ infinitamente migliori dei loro concittadini di 30 anni fa. E le persone che avevano reso la citta’ un qualcosa di unico, negativamente, in Italia e forse nel mondo, o sono morte o sono in carcere seppellite da ergastoli. Grazie, mi ripetero’ sino allo sfinimento, a uomini come Falcone, Borsellino, Costa, Chinnici , Mattarella e Montana, Cassarà, Giuliano, Basile, D Aleo, Dalla chiesa, Zucchetto, Mondo ed altri che mi scuso di non nominare.