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I giovani jihadisti arruolati per morire Miretti e Migotto li raccontano

Quando un ragazzo sparisce, improvvisamente, le domande in chi rimane sono terribili e angoscianti. Per chi non l’ha provato, un dolore del genere può ben essere immaginato empaticamente come...

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Quando un ragazzo sparisce, improvvisamente, le domande in chi rimane sono terribili e angoscianti. Per chi non l’ha provato, un dolore del genere può ben essere immaginato empaticamente come complesso, multiforme, confuso. Possiamo quindi immaginare, con la stessa empatia, il vissuto dei padri, delle madri, di fratelli e sorelle, degli amici dei ragazzi che, a migliaia, hanno raggiunto la Siria per offrire la propria vita a Daesh, lo Stato Islamico? Quale è la direzione verso cui guardano gli occhi di un giovane che si rivolge alla morte (altrui, ma anche propria) come a una soluzione per la propria vita? Circoscrivendo territorialmente l’ampiezza enorme di tali domande, Anna Migotto e Stefania Miretti hanno rivolto la loro attenzione alla Tunisia, che nel 2014 ha raggiunto il record di 10 mila ragazzi partiti per la Siria, mentre altri 18 mila, nello stesso anno sono stati fermati prima della partenza definitiva, a volte al confine con la Libia.

Il risultato di questa inchiesta è il libro “Non aspettarmi vivo” che ieri è stato presentato, alla presenza delle autrici, al liceo “Giovanni Marinelli” di Udine. Oggi, dalle 9 alle 13, all’auditorium Zanon, le autrici incontreranno 700 studenti del liceo. L’organizzazione è della Biblioteca Scolastica del Marinelli.

Il libro, crudo e necessario, riesce a sollevare nel lettore un’empatia che supera i confini e che si colora di molti altri sentimenti, anche contraddittori e talora difficili da sostenere. Le autrici presentano, in uno stile narrativo coinvolgente, una serie di storie che fanno male e al contempo aprono la mente, permettendo un lento spostamento dello sguardo verso una verità che ci riguarda. Il lettore riflette così su aspetti per nulla scontati del mondo che definiamo “globalizzato”, ed è portato a porsi delle domande sulle diverse dinamiche identitarie del nostro tempo, che siano etniche, politiche, religiose, familiari, generazionali, o psicologiche. A esse il libro non offre risposte esplicite: racconta. E il lettore sa che sono storie vere: di ragazzi senza lavoro, con una buona istruzione, per lo più tecnico-scientifica, spesso cresciuti con uno stile di vita che guarda a quello europeo, in famiglie di livello sociale medio-alto. Con una bolla di vuoto interno, un disagio in cui i reclutatori, spesso per via digitale, riescono a trovare una breccia per radicalizzare un’identità personale in crisi in un’altra identità, attraente forse proprio perché pericolosa e apparentemente, paradossalmente, risolutiva.

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