La guerra di Piero. Fotografie, ideologie e trincee

Le fotografie che hanno fatto la guerra, voglio dire quelle che l’hanno costruita, edificata nella testa dei popoli, non furono quelle degli scontri, dei morti, delle rovine.

Calamandrei1

Piero Calamandrei: Vallarsa, marzo 1916, soldati della milizia territoriale. © Fondazione Museo Storico del Trentino, Trento, g.c.

Furono banali ritratti di soldati. E c’era chi lo sapeva bene. Esattamente cent’anni fa, nell’aprile del 1918, un ufficiale italiano del XXIX Corpo d’Armata di stanza in val Lagarina (la cui identità svelerò fra un po’) dettava queste disposizioni:

I soldati più meritevoli dovrebbero essere ritratti in fotografia, qualora se ne mostrassero desiderosi. […] Le copie, almeno due per ogni fotografia, [dovrebbero essere inserite] in appositi cartoncini fregiati delle mostrine del Regg. e di qualche motto patriottico (per es. “ritratto di un soldato che fa il suo dovere in trincea”), una delle copie verrebbe consegnata al soldato, l’altra direttamente spedita alla famiglia.

L’ufficiale aveva notato, con un certo spirito d’osservazione psicologica, che nel torpore squallido e lercio della trincea solo un momento riusciva a sollevare il morale dei fantaccini infangati: l’arrivo della posta. Soprattutto se la posta portava con sé il gioiello tanto bramato, la perla di una fotografia.

Milioni di ritratti viaggiarono fra il fronte e le retrovie, per posta ma soprattutto nei tascapane dei soldati. I ritratti dei familiari rimasti a casa. I ritratti dei soldati al fronte.

Questo scambio iconico, che si sarebbe tentati di assegnare alla sfera privata, sentimentale, fu invece un potentissimo, forse decisivo strumento politico e militare.

Le guerre moderne, le guerre della coscrizione di massa, da Napoleone fino a quasi tutto il Novecento, non sono state combattute da lanzichenecchi pagati col soldo o con il saccheggio. E neppure da bifolchi ignoranti costretti solo dalla minaccia di morte.

Le guerre moderne esigono il consenso. Dei soldati che partono. Delle famiglie che restano. Questo consenso deve essere prodotto non dall’esercizio brutale della forza, ma da quei nuovi strumenti del potere che Michel Foucault riassunse sotto il termine di biopolitica: la costruzione di una soggettività consenziente attraverso la gestione ideologica dei corpi.

Questo fecero i ritratti fotografici dei soldati. Ce lo spiega con esemplare chiarezza Francesco Faeta, antropologo visuale, in un articolo sulla Rivista di Studi di Fotografia  e in uno dei saggi di un volume spesso e denso di suggestioni, dedicato alla irrappresentabile eppure rappresentatissima Grande Guerra.

Nessuno obbligava il coscritto in partenza per il fronte a passare nello studio del fotografo di paese per quel ritratto che avrebbe potuto anche essere l’unico, o l’ultimo della sua vita: se non questa convinzione, diventata imperativa dopo un secolo di immagine fotografica, che fosse necessario lasciare una traccia visuale “fedele” di sé agli affetti dai quali ci si doveva separare, una traccia che avesse il potere di tenere assieme le cose che venivano divise, messe in divisa, e diventavano lontane.

Ma nel ritratto fotografico, che assolveva questa funzione, non c’era solo questo doppio effetto di contiguità sciamanica, proprio della magia per somiglianza e per contatto. Nella sua cultura visuale, ricopiata da modelli a loro volta ricopiati da modelli, il fotografo di paese inconsapevolmente infarciva quell’immagine di segni.

Faeta ne descrive uno per tutti, il ritratto di un fante prodotto da Saverio Marra, fotografo calabrese: l’ostentazione della divisa pulita e in ordine, segno del trasferimento da un universo locale, familiare e contadino a uno stato di eccezione, tutto pubblico e fuori dall’ordinario; l’espressione senza emozioni che ne indica l’accettazione; il braccio posato sul supporto che significa fiducia e forza; lo sfondo esotico che promette avventura , conquista, eroismo; perfino la sigaretta, piccolo bene di lusso, promessa di possibili ricompense per i vincitori, sogno di una possibile ascesa sociale.

Non c’è nessuna innocenza in un ritratto, neppure spontaneo. Figuriamoci in quello calato dall’alto dalle disposizioni dell’ufficio propaganda.

Vi stupirà sapere chi firmò quelle disposizioni, è ora di svelarlo. Il nome di quel giovane ufficiale, appena ventinovenne, è Piero Calamandrei.

Calamandrei3

Anonimo: Ritratto di Piero Calamandrei, Val Lagarina, ottobre 1918. © Fondazione Museo Storico del Trentino, Trento, g.c.

Sì certamente, il futuro grande giurista, antifascista, scrittore, uomo politico di fede democratica.

Un corposo volume curato da Silvia Bertolotti per il Museo Storico del Trentino ci parla della sua Grande Guerra, trascorsa in verità per gran parte in retrovia, e ce lo fa scoprire fotografo. Sì, certo, fotografo naturalmente “privato”: ma nessuna fotografia, in guerra, è veramente privata.

Di fotografia si interessava già prima. Ma nel febbraio 1916, a Schio, decide di procurarsi “quattro rotolini di pellicole” per la sua Vest Pocket Kodak Autograph. L’apparecchio fotografico più diffuso al fronte, tanto da meritarsi il soprannome pubblicitario di “fotocamera del soldato”.

Quale posto occupi la cronaca per immagini, sempre accompagnata dalle parole, nell’esperienza bellica di Calamandrei, nel suo lungo viaggio dall’interventismo idealista alla delusione, fino alla maturazione di un sentimento di ineluttabilità della guerra come catastrofe fatale contro cui resistere armati di tenacia, rassegnata fermezza, “gravità pensosa” e speranza nel dopo, nell’intinerario che dopo molti decenni lo porterà a sviluppare una coscienza integralmente antimilitarista; bene, questo lo leggerete nel volume.

Qui basti sapere che l’occhio di Calamandrei addetto alla propaganda (in realtà, una specie di ufficio per il morale delle truppe, dopo la catastrofe di Caporetto) era molto sensibile. E la sue intelligenza gli aveva fatto riconoscere nella fotografia (molto prima di tanti pensatori della seconda metà del secolo) una potenza emotiva e una funzione concettuale che vanno ben oltre i suoi usi più ingenui e apparenti.

Lo capì forse una sera in una trincea in Vallarsa, arrivando silenziosamente alle spalle del soldato Cerrini mentre questi, assorto, fissava

“una fotografia ingiallita, di quelle fotografie un po’ goffe come se le fanno i contadini nei giorni di fiera da qualche fotografo girovago, nella quale erano raffigurati una donna non più giovane e due bambini in abito domenicale. […] Così il soldato Cerrini, classe 1878, in quelli che forse erano gli ultimi istanti della sua vita [….] si preparava al sacrificio piangendo sulla scolorita fotografia di sua moglie e dei suoi figli”.

Calamandrei non lo dice esplicitamente, ma lasciatemi forzare un po’ l’interpretazione di questa scena, che comunque è la mia: sì, Cerrini all’alba andrà al macello, e lo farà proprio per quella fotografia. In cui gli hanno insegnato a vedere, fusa nella carne dei suoi affetti più profondi, l’idea della Patria da difendere. Così come la ormai vedova e gli ormai orfani vedranno, nella corrispettiva fotografia di Cerrini in divisa, fatta dal fotografo di paese, la stessa idea fusa nello stampo dell’Eroe che l’ha difesa.

Aveva dunque ragione da vendere Ando Gilardi, quando molti anni fa, con l’intuizione antiretorica che gli conosciamo, scrisse che la censura militare è impossibile ed anche inutile, perché

dalla guerra non è possibile prendere fotograficamente delle immagini contro la guerra. Salvo i casi di spionaggio, cioè di immagini puramente tecniche su mezzi bellici, la censura non ha motivo di essere perché la rappresentazione della guerra risulta automaticamente una promozione della guerra stessa.

Lo confermano bene, nel libro curato da Pierandrea Amato, i saggi che raccontano, contrariamente all’opinione comune, quanto le fotografie scattate dai soldati circolassero ampiamente, pubblicate, sollecitate e addirittura pagate dai settimanali illustrati, soprattutto in Francia e Gran Bretagna.

Calamandrei2

Piero Calamandrei: "La camera di Zocchio", Vallarsa, marzo 1916 © Fondazione Museo Storico del Trentino, Trento, g.c.

Nessuna di quelle immagini, neppure quelle più crude, dei morti (prima solo nemici, poi pian piano anche “nostri”) ebbe l’effetto di disgustare la popolazione della guerra, mentre i sapienti framing culturali (la guerra giusta, la guerra patriottica, la guerra che metterà fine alle guerre, la guerra che porterà la pace e la prosperità e l’uguaglianza sociale) continuarono a funzionare anche nelle ore più buie.

E questo perfino a dispetto dell’esperienza reale della guerra, quella di chi la viveva di persona, nelle trincee dove il fatalismo, molto più che la ribellione che tuttavia ci fu, aveva soppiantato molto presto ogni entusiasmo glorioso.

Le immagini tradivano. Raccontò Paolo Monelli, l’autore di Le scarpe al sole, che non fu certo un esempio di antimilitarismo ideologico, di quell’episodio in un cinema di retrovia, dove si proiettavano filmati di propaganda sulla guerra, quasi tutti costruiti con scene recitate e finte, quando un fante si levò dalla platea gridando che la guerra vera non era così; e un borghese lo zittì gridando a sua volta: “E cosa me ne importa? Cosa volete venirmi a raccontare la guerra come la fate voi? Lasciate che me la goda riprodotta come me la figuro io!”.

Gli album di guerra di Calamandrei, diciamolo pure, sono noiosi. Foto ricordo di momenti di riposo, delle camere in cui dormiva, ritratti sorridenti di ufficiali, gruppi di soldati in posa, paesaggi. Né sangue né morte. Inutilmente, nelle poche puntate al fronte, Calamandrei cercò di catturare la “magnifica rosa” di polvere e sassi sollevata dalla caduta di un proiettile di obice. La guerra autentica è poco fotogenica.

Calamandrei pensava all’inizio di farne “una  raccolta di guerra memorabile”. Si accorgerà alla fine che “La memoria che resterà è solo una frammentaria fosforescenza di immagini solate senza tempo e senza senso“. Come in un film di Buñuel, il 3 novembre, a vittoria ormai decretata, Calamandrei incontra a Trento un gruppo di ufficiali austriaci, disarmati. Che però gli puntano addosso, in una parodia surreale ma sensatissima, gli obiettivi delle loro fotocamere, ultima arma ancora funzionante.

Le immagini noiose di Calamandrei hanno comunque un significato e un valore per la storia, ovviamente. Ma ci sembrano incongrue. Le immagini che noi stessi abbiamo in mente di quella guerra, le immagini finte, inscenate o disegnate sulle copertine della Domenica del Corriere, fonte di una cascata iconografica che ci ha raggiunti e plasmati dai sussidiari delle elementari, sono più spettacolari e convincenti di quelle vere.

Gli animi consapevoli come quello di Calamandrei seppero conservare “una lastra impressionabile  nella camera oscura del cuore”. Ed è un fatto che tutto quel che fece e scrisse nel resto della sua vita testimonia in quale modo nobile quella lastra fu, in tutti i sensi, sviluppata.

Forse la vera fotografia di guerra non è quella che fu davvero presa fra trincee e retrovie. Forse è la fotografia mancante, che possiamo solo immaginare, l‘immagine fugace sulla retina di milioni di fanti terrorizzati, schiacciati da quella macchina di morte industriale che dispiegava la sua potenza mostruosa davanti ai loro occhi.

CosavideroHa fatto bene il Laboratorio di Storia di Rovereto a scegliere proprio questo titolo, Cosa videro quegli occhi!, per una sua nuova importante mostra di fotografie della guerra.

O forse la vera fotografia della guerra, quella che nessun contesto discorsivo foucaultiano poté mettere al suo servizio, semplicemente perché troppo impalpabile per le sue grinfie, la vera fotografia della guerra non fu una fotografia, ma un tratto di penna.

Nel quadernino di un militare francese, recuperato nel dopoguerra, un diario di trincea come tanti, il professore di liceo Jean Norton Cru si trovò di fronte a una frase incompiuta. A una parola spezzata a metà, rech-… Il colpo di un obice aveva fatto scivolare la mano e la penna sul foglio.

Uno sgorbio, ossia la parola che ammutolisce, diventa puro segno immediato, senza cultura, senza codice, uno sgorbio dunque è la traccia “fotografica”, incisa automaticamente, che grida dal fondo del senso, senza alcuna possibile retorica, l’orrore di ogni guerra.

Condividi:
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • email
  • PDF
  • RSS
 

13 commenti

  • Una splendida "Fotocrazia".
    «Come scrissi una volta, Michele, le fotografie documentano sul serio i fatti veri accaduti quando non ce ne sono nemmeno mezza ... ( Fotocrazia sta diventando una mia droga... )»
    Ando Gilardi, Facebook, 11 ottobre 2011.

  • Per un attimo, o forse neppure quello. Cosa è cambiato davvero dopo che quella fotografia è apparsa ovunque sui media? Per un po’ è stata usata da Merkel come pretesto per modificare le posizioni delmsuo governo sull’accoglienza. Ma da allora ad oggi le politiche sulle migrazioni sinsono fatte drammaticamente più restritive, confini chiusi, rrspingimenti in mare, eccetera. Quella foto però ha prodotto, come dici tu, quell’attimo di appagante commozione che ci ha fatto sentire tuti buoni e solidali dispensandoci dall’esserlo davvero.
    Il Fotocrate

  • Mi è venuta in mente la foto del bambino siriano adagiato, morto affogato sulla riva europea del Mediterraneo.
    Quell'involontario capolavoro, per un attimo forse troppo breve, ha scosso le coscienze ed aperto i confini. Per quell'attimo sembrava che la guerra fosse finita.
    Centinaia di bambini erano morti allo stesso modo prima di allora. Centinaia ne sono morti dopo. Ma nessun mezzo di informazione, nessuna presa di posizione, hanno riprodotto lo stesso risultato di quello scatto paurosamente evocativo e simbolico.

  • Luca, il mondo contemporaneo ha elaborato ben altro. Ha concepito la "guerra preventiva", giustificandola all'interno della cornice del tutto asettica della tecnica e della strategia. Non più valore etico, ok, ma solo perché la guerra è stata completamente sganciata da questioni etiche per essere confinata all'interno di quelle puramente strumentali, che calcolano il rapporto costi-benefici.
    Vittorio, non posso rispondenti che nello stesso modo di Michele. Un'immagine può solo rafforzare o assurgere a icona e vessillo di un movimento di cambiamento già esistente. Altrimenti resta muta, o debole. La sua forza può venire solo da uno sguardo già preparato ad accoglierla.

  • Giustificabile, appunto. Non contro. E le foto del fungo atomico o dei bambini con la pelle che si stacca non le resero, per quegli americani, un atto ingiustificabile.
    Il Fotocrate

  • E quindi da quello che dice Michele ne consegue che sono gli esseri umani che devono fermare la guerra non le fotografie... comunque Michele forse gli americani, per rimanere al tuo esempio, pensano semplicemente che sia stato sbagliato si, ma giustificabile. In fondo almeno questo lo possiamo dire del mondo moderno e cioè che la guerra non è più concepita come valore ma come male necessario. Non è un gran progresso ma meglio che pensare alla guerra come valore, valore che nel mondo antico portava allo sterminio definitivo del vinto.

  • Sono in disaccordo. Le foto di devastazione e morte da sole non impjngono una condanna della devastazione e della morte. Bisogna che chi le guarda abbia già in se almeno una disponibilit a considerare la guerra in generale, o quella guerra in aprticolare, come sbagliata.
    Le fotografie degli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasako sono strazianti, ma milioni di americani pensano che sia stato giusto sganciarle.
    Il Fotocrate

  • ogni fotografia che abbia come soggetto il risultato della guerra , ovvero le devastazioni e la morte , è di per sè contro la guerra . nessuno puo' dire di guardare foto che ritraggano tali soggetti e non esserne colpito . ci sono centinaia di esempi , mi vengono a mente soprattutto foto del Vietnam , quella dell'esecuzione di un vietcong con colpo di pistola alla tempia e quella della bambina nuda che scappa via urlando da un bombardamento . cara Marisa ti sfido a trovare qualcuno che guardando quelle foto non rabbrividisca . Se invece parliamo del fascino legato alla narrazione della guerra stessa allora mi trovi d'accordo , spesso è stata ed è narrata cosi' da metterne in risalto soltanto gli aspetti romantici .

  • Nessuna fotografia da sola ha mai fermato una guerra, neppure quelle celebri del Vietnam. Neppure l'immagine di un bambino sofferente grida da sola contro la guerra, se chi combatte quella guerra crede che sia una guerra giusta.
    Il Fotocrate

  • Dire che nessuna fotografia di guerra possa levarsi contro la guerra mi sembra un'assurdità; mi viene in mente quella della bambina vietnamita che scappa sotto i bombardamenti, una foto che ha fatto il giro del mondo, ma secondo l'autore dell'articolo cosa evoca, una gita scolastica?

  • "Al momento di marciare
    molti non sanno
    che alla loro testa marcia il nemico.
    La voce che li comanda
    è la voce del loro nemico.
    E chi parla del nemico
    è lui stesso il nemico".

    Bertold Brecht

  • Allora fu una guerra inutile; migliaia di poveracci presi in ostaggio da gerarchie degli eserciti che, forti dell'assenso di monarchie in declino, hanno mandarono milioni ad ammazzarzi per nulla; per la difesa di imperi e confini che non esistevano più e si potevano risolvere con accordi razionali. Oggi di nuovo abbiamo una corsa agli armamenti e la spesa militare peserà di più nell'erario superando quella dell'agricoltura, una delle poche eccellenze italiane. Ancora l'idiozia e le oligarchie militari regnano padrone.

  • Leggendo l'articolo, mi è venuta spontanea questa riflessione. Perché nessuna fotografia di guerra, neanche quella più cruda, può levarsi contro la guerra? È una tara connaturata a questo mezzo di comunicazione?
    La fotografia preleva una traccia di realtà. Una fotografia, pertanto, mi parla sempre del passato, di ciò che è stato. E, forse per questo, non può che legittimarlo? Avallarne l'ineluttabile fattualità? Ha, la fotografia, gli strumenti per cambiare una realtà in atto, di (come si dice) smuovere le coscienze e provocare un mutamento?
    Guardando la storia, sembra che alcune fotografie ci siano riuscite, come la bambina vietnamita ustionata dal napalm o le fotografie scattate negli istituti psichiatrici. O forse no? O forse la verità è che quelle immagini arrivavano quando la società era già pronta a riceverle e a farle proprie, quando già un movimento di opinione antagonista si era radicato? Che una fotografia, insomma, è disponibile a messaggi contrastanti, o semplicemente latenti, che solo un certo contesto ideologico può tirare fuori?
    Una seconda riflessione riguarda l'evoluzione che la fotografia di guerra ha subito nel corso dei decenni successivi. Non più soldati al fronte, ma immagini scattate da lontano o dall'alto, in particolare sui bombardamenti in corso o i loro effetti. Una visione della guerra che si è andata sempre più spersonalizzando, lasciando il posto da protagonista all'armamentario tecnologico. Ma, probabilmente, la retorica che Calamandrei raccomandava, per risollevare il morale delle truppe, e cioè costruire la figura dell'eroe agli occhi della società, e in particolare della famiglia, credo che quella sia valida ancora oggi.