Non solo è uscito dalla lunga recessione ma ha anche consolidato la ripresa oltreché aver portato a casa risultati superiori (pure se non di molto) al resto del Paese. Certo, il Mezzogiorno fa ancora i conti con bassi salari, bassa produttività e bassa competitività ma, per le dinamiche di ripresa, non gli si può negare di essere “reattivo”: nel biennio scorso, infatti, stando a quanto si legge nel Rapporto SVIMEZ 2017 sull’economia del Mezzogiorno, ha contribuito alla crescita del PIL nazionale per circa un terzo con un notevole sforzo, ben superiore al suo peso produttivo.

 

 

A dimostrazione che non è un vuoto a perdere, la ripresa della crescita mostra la resilienza alla crisi della sua economia (e della sua popolazione): anche in un periodo di rallentamento del commercio internazionale, per esempio, sono aumentate le esportazioni meridionali; positivo anche l’andamento delle costruzioni e del turismo (sebbene, a detta del Rapporto, il successo sia ascrivibile all’instabilità politica di paesi concorrenti sulla sponda del Mediterraneo).

 

Nel 2016, riparte, pure, il settore industriale che consente al Mezzogiorno di rimanere agganciato allo sviluppo del resto dell’Italia ma, certamente, il “ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali dell’area”. Tipo: il tasso di occupazione è il peggiore d’Europa, quella part time la fa da padrona contribuendo all’aumento dell’incidenza dei lavoratori a bassa retribuzione. La povertà resta e si attesta ai livelli più alti di sempre con circa dieci meridionali su cento in condizione di povertà assoluta, che aumenta nelle periferie, e in regioni popolate, come Sicilia e Campania, il rischio di povertà sfiora il 40 per cento.

 

C’è poi la crisi demografica, tipica di una zona non più giovane né tantomeno serbatoio di nascite del Belpaese, che sta spingendo verso l’invecchiamento della popolazione. Inoltre, il depauperamento di capitale umano con una perdita di circa duecentomila laureati meridionali non è trascurabile e si è in presenza di una immobilità sociale per cui “i canali informali di accesso al lavoro dei laureati e l’emigrazione diventano l’unica via di sbocco”.

 

Un immobilismo che non risparmia le infrastrutture, un settore caratterizzato da un lento procedere riconducibile al declino degli investimenti nelle opere pubbliche e alle scelte qualitative orientate a garantire servizi di base, prova ne sia l’Alta Velocità Ferroviaria: dei 1.350 chilometri di rete in essere, ben l’86,7 per cento è localizzato nel Centro-Nord e solo il rimanente 13,3 per cento nel Sud.

 

Quello dei trasporti è solo un (mal)esempio della qualità dei servizi pubblici che si presenta con luci e ombre che penalizzano il godimento di alcuni diritti di cittadinanza in campi fondamentali quali la salute, la sicurezza e l’istruzione. Ambito nel quale permangono forti criticità. Il sistema universitario, tanto per dirne una, è sottofinanziato, utilizza metodologie didattiche non in linea con gli standard di altri Paesi OCSE, i meccanismi di reclutamento non sempre sono orientati al merito e quelli di “governance interna” poco inclini alla cultura della valutazione.

 

Risultato: ancora troppo bassa la quota di laureati che, oltretutto, è in discesa del 14,6 per cento e, nel 2015, risultava tra le più basse di quelle registrate nell’UE28, al di sotto della media (pari al 38,4 per cento) e dell’obiettivo del 40 per cento (fissato dalla Strategia Europa 2020).

 

Verrebbe da dire che i meridionali ce la mettono tutta ma una generale e strutturale carenza di risorse (non) dedicate ne ostacola la piena realizzazione. Benvenuti al Sud. Anzi no, nel Belpaese.

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