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di AMDuemila
Le intercettazioni racchiuse nelle indagini sfociate nell’operazione “Malapianta” che ha portato a 35 arresti

Il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri è temuto, e non poco, dalle ‘ndrine crotonesi e per questo oggetto di pesanti minacce e ingiurie (“questo è un figlio di p…”). Lo si evince dalle nuove intercettazioni racchiuse all’interno delle indagini sfociate nell'operazione “Malapianta” portata a termine stamani che ha portato al fermo di 35 persone nel crotonese. “Però te la posso dire una cosa. - diceva Remo Mannolo, uno degli arrestati figlio del boss di San Leonardo di Cutro Alfonso, ai suoi compagni - Io sono convinto che lui ne fa arrestare di cristiani però nella mente sua... (ride)”. E poi l’accostamento del procuratore al giudice assassinato da Cosa Nostra Giovanni Falcone, definendolo “un morto che cammina”. “Guaglio uno di questi... uno... na botta... uno di questi è ad alto rischio ogni secondo!! Un morto che cammina!!! Ma lui lo ha detto. Pare che non lo ha detto!! Io lo so che cammino con la morte sempre sulle spalle! Eh… Falcone come è stato. Quando ha superato il limite !! Se lo sono cacciato!!!”. Ma non finisce qui. I boss in quella conversazione, oltre a prendere di mira anche i mafiosi che avevano scelto di collaborare definendo la loro decisione come “vergognosa”, si erano soffermati sul luogo di domicilio di Nicola Gratteri celato per ovvi motivi di sicurezza. “Ma questo dove abita...? A Catanzaro?”. “Ma questo ha tutti posti segreti. Così!!”. “Vabbè volendo. Lo scoprono!!”. Una frase allarmante che però, come ben specificato dal fermo di indiziato di delitto, “non contemplava alcuna concreta progettazione, né tanto meno costituiva prova di una concertazione volta a pianificare un attentato nei confronti del procuratore Gratteri”.

Il blitz “Malapianta”
L’operazione “Malapianta” contenente, tra i numerosi documenti di “alto livello probatorio”, le gravi minacce rivolte a Nicola Gratteri, è partita all’alba di oggi quando oltre 250 agenti delle fiamme gialle hanno eseguito un provvedimento di fermo disposto proprio dal procuratore Gratteri, dall’aggiunto Vincenzo Luberto e dai pm Paolo Sirleo, Antonio De Bernardo e Domenico Guarascio. In carcere sono finiti 35 affiliati alla cosca Mannolo di San Leonardo di Cutro con l'accusa di associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione, usura, tutte con aggravati da modalità mafiose. Tra questi è finito in manette anche Alfonso Mannolo, 80 anni, considerato dagli inquirenti “il capo indiscusso dell’omonimo sodalizio mafioso” legato anche alla famiglia dei Grandi Aracri. Per gli inquirenti, “la sua caratura criminale - si legge nel provvedimento di fermo - appare manifesta ben oltre il notorio, quale essere il vero referente del comprensorio di San Leonardo di Cutro. La sua indiscussa carica ‘ndranghetistica ne fa uno dei principali protagonisti della ‘ndrangheta crotonese. Pianifica le estorsioni nei confronti delle diverse strutture turistiche del litorale crotonese, attua il reimpiego dei capitali lucrati dalla consorteria, discute della politica criminale della locale di 'ndrangheta con gli altri referenti della provincia quali Nicolino Grande Aracri”. Stando all’inchiesta, nonostante i suoi 80 anni, era attivo nel settore dell’usura che curava personalmente implementando la “bacinella” della cosca. Inoltre Alfonso Mannolo si recava “presso i domicili degli imprenditori vessati dalla consorteria spendendo chiaramente la matrice ‘ndranghetistica del sodalizio”. In manette anche i suoi figli, Dante e Remo Mannolo di 51 e 47 anni. Sempre nell’ambito dell’operazione della Guardia di Finanza sono stati sequestrati beni per 30 milioni di euro; 4 ville di lusso, sei autovetture, 4 società, 6 ditte individuali, rapporti bancari e assicurativi. Grande merito dell’esito dell’operazione è da attribuirsi alle coraggiose dichiarazioni dei testimoni di giustizia le quali si sono rivelate decisive ai fini d'indagine. "Questa indagine - ha spiegato Gratteri - ha un valore aggiunto, che va oltre ogni più rosea previsione considerando che siamo in una provincia ad altissima densità mafiosa, con una 'Ndrangheta di serie A come c'è in provincia di Vibo Valentia. E' successo un miracolo, è successo che imprenditori turistici che gestiscono grosse strutture alberghiere hanno denunciato, si sono ribellati alla 'Ndrangheta. Questo per noi - ha continuato il capo della Dda catanzarese - è un grande evento, sul piano probatorio ma anche perché ci serve per misurarci e misurare la nostra credibilità come Dda e come polizia giudiziaria. Possiamo riempirci la bocca di parole, discorsi, frasi a effetto, ma i fatti - ha ribadito il magistrato - sono questi: che imprenditori, che hanno pagato negli anni tangenti anche per 700-800 mila euro e hanno subito estorsioni fatte in tanti modi, nell'acquisto di caffè e di tutto ciò che la merceologia prevede, che hanno subito imposizioni di ogni tipo, hanno denunciato". Gratteri ha quindi affermato: "Il fatto che questi imprenditori si siano rivolti alla Guardia di Finanza di Crotone e alla Procura distrettuale di Catanzaro ci inorgoglisce, ci carica, è la benzina per andare avanti, ci dice che siamo sulla strada giusta, che in questi anni abbiamo seminato bene e fatto le cose sul serio: questa - ha rilevato il procuratore capo della Dda di Catanzaro - è la cartina di tornasole rispetto a tutti i proclami che possiamo fare".


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Giovanni Falcone © Shobha


Il clan
Quella disarticolata, secondo il procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri, si tratta di una potente “locale” di ‘ndrangheta, capace di "controllare il respiro di un intero territorio”. Nella conferenza stampa convocata per illustrare l'esito del blitz, Gratteri, insieme al procuratore aggiunto Vincenzo Luberto e ai vertici della Guardia di finanza regionale e territoriale, ha ricostruito l'evoluzione e le dinamiche di una consorteria 'ndranghetista attiva da quasi 50 anni sulla costa jonica crotonese: "La 'locale' di San Leonardo di Cutro - ha spiegato il procuratore capo di Catanzaro - può sembrare piccola, insignificante, e invece già negli anni '70 Cosa Nostra aveva impiantato in quel territorio una raffineria per la lavorazione e la produzione dell'eroina: questo a conferma della credibilità criminale di questa organizzazione, perché vuol dire che già a quel tempo c'era una struttura ben radicata, al punto da confrontarsi con la Cosa Nostra di quegli anni, che - ha affermato Gratteri - non è quella di oggi ma è quella che dominava gran parte del territorio nazionale e persino negli Stati Uniti". Gratteri ha poi sottolineato: "Per decenni quell'organizzazione è stata quasi dimenticata sul piano giudiziario, ma oggi grazie a questa indagine abbiamo dimostrato che c'era una 'locale' di 'Ndrangheta che era intervenuta nella parte vitale di un territorio, quella economica”. L’aggiunto Luberto, sempre in riferimento all’identità della cosca Mannolo di San Leonardo di Cutro, ha evidenziato come il clan sia salito di prestigio criminale nella provincia di Crotone "al punto da avere un rapporto paritetico con il boss Nicolino Grande Aracri. Da rimarcare anche - ha sostenuto il procuratore aggiunto - il controllo che l'organizzazione esercitava sull'usura, gestita direttamente dai capi della consorteria e perpetrata anche lontano dalla Calabria, e i collegamenti che la cosca Mannolo aveva con altre cosche per il traffico di droga. Con questa operazione - ha riferito Luberto - chiudiamo il cerchio sul territorio di Cutro, impattando tutte le "locali" esistenti, oggi fortemente ridimensionate".

Le attività
Una delle attività “madre” della cosca è il traffico di stupefacenti, fonte di grandi guadagni nelle tasche dei boss. Sin dagli anni '90 per le altre cosche del Crotonese, ma non solo i Mannolo, hanno costituito un punto di riferimento per il narcotraffico. In quegli anni venne addirittura impiantata una raffineria a San Leonardo, località giudicata idonea in quanto facilmente controllabile dalla cosca e quasi impossibile da controllare per le forze dell'ordine. Le indagini hanno dimostrato come i "san leonardesi" si sono approvvigionati di droga dalle cosche operanti in provincia di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria e, inoltre, si sono dotati di una ramificata rete territoriale per la commercializzazione del narcotico principalmente su Crotone, Isola di Capo Rizzuto, Botricello e zone limitrofe in provincia e Catanzaro, San Giovanni in Fiore in provincia di Cosenza. Le indagini hanno documentato l'acquisto e la successiva cessione di centinaia di chilogrammi di hashish, cocaina ed eroina. Altra fonte di guadagno era l’incasso di denaro proveniente dalle attività estorsive esercitate sui villaggi turistici del litorale ionico fra Crotone e Catanzaro i quali soggiacevano al controllo criminale posto in essere dalla cosca.

Le soffiate
Per nascondere le tracce ed eludere gli investigatori i Mannolo avevano fatto appello ad “un’oscura rete di fonti e connivenze” che permetteva agli affiliati di conoscere in anticipo le mosse della magistratura e forze dell’ordine. Nelle 560 pagine che compongono l'ordinanza eseguita stamane dalla Guardia di Finanza si evidenzia "la costante ricerca, da parte degli indagati, di fonti informative in grado di riferire su vicende giudiziarie di loro interesse". La diffusione tra i consociati di informazioni "sensibili", permetteva l'adozione di adeguate contromisure. "La ricezione di tali informazioni - si annota nell'ordinanza - determinava immediate reazioni, finalizzate ad attuare precauzioni per eludere misure restrittive, eventualmente, emesse nei loro confronti".

Foto © Imagoeconomica

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