«Una settimana da solo, con gli asinelli»

L’ultimo campeggio di don Camillo «Senza ragazzi non ha più senso»

L’ultimo campeggio di don Camillo «Senza ragazzi non ha più senso»
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«Campeggio ultimo atto. Ha vinto in me l’ambizione di far provare a ragazzi e giovani un’esperienza diversa. Avevo tutta la struttura ferma in quattro container a Livigno; mi sarebbe dispiaciuto portarla a casa senza sfruttarla per l’ultima volta». Don Camillo ha raccontato in una lettera la sua estate agrodolce in campeggio. «Così ho programmato per quest’estate di sospendere l’utilizzo della casa di Roncobello per questa nuova possibilità. Il risultato è stato imprevedibile. Ho avuto la gioia di ritrovare quelli che, 30 anni fa, erano i ragazzi dell’oratorio di Almenno quando ero curato in quella parrocchia, che avevano frequentato il campeggio a Livigno. Questa volta hanno portato i loro figli per far provare anche a loro la magia di questa esperienza. Nei giorni di Ferragosto siamo arrivati a un picco di 56 persone. Più deludente, invece, è stata la risposta dei nostri ragazzi e giovani. Avevo invitato gli animatori a passarvi la settimana di preparazione immediata al Giochestate: due iscritte. La risposta dei ragazzi è stata di dodici per la settimana dal 13 al 18 agosto, di tre dal 20 al 25 agosto e di quattro giovani dal 25 al 26 agosto. In tutto hanno aderito nel periodo dal 13 al 26 agosto 75 persone. Dall’1 al 14 luglio è stato occupato dalla squadra di ciclisti di Cene, e dal 14 al 20 luglio dall’oratorio di Villongo. Purtroppo, per il restante periodo di quattro settimane, è rimasto vuoto. Non mi pento, comunque, di averlo montato».

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«Diversamente mi sarebbe rimasto il dubbio di un’opportunità negata - prosegue il sacerdote -. La storia del campeggio in tenda per me finisce qui. Dopo 35 anni passati sotto le tende con i ragazzi degli oratori di Ghisalba, Almenno S.S., Zandobbio, Cene… Conservo bei ricordi, carichi di fatica, perché è impegnativo allestire un campeggio, gestirlo, smontarlo e sistemare tutta l’attrezzatura per mantenerla efficiente, ma anche di soddisfazioni. Non ho rimpianti, perché tutto quello che ho fatto l’ho fatto con piacere, perché lo vedevo utile dal punto di vista educativo; i ragazzi aderivano e anche le famiglie. Mancando oggi questa componente essenziale dei ragazzi e delle famiglie, non ha più senso continuare questa esperienza. Per quanto io continui ad amarla, la vivrei male, come fatica inutile. Riprenderò a valorizzare la casa di Roncobello fino a quando troverò risposte adeguate. Intanto tutta l’attrezzatura verrà portata nei prossimi giorni qui da noi. Sono quattro container di materiale perfettamente efficiente. Altro materiale l’abbiamo già sistemato qui in parrocchia nei giorni scorsi; verrà utilizzato per le feste. Ringrazio Antonio Sassi che mi ha dato lo spazio per sistemarli provvisoriamente nella sua proprietà. Ringrazio i volontari che hanno aiutato a montare, smontare e sistemare tutto il materiale. Ne sono venuti da Cene, da Almenno, da Lallio, da Osio Sopra, da Treviolo e naturalmente da Albegno. Ringrazio don Diego, parroco di Brembo, che mi ha prestato il camioncino per lo smontaggio; ringrazio le donne che si sono prestate per cucinare e ci hanno fatto mangiare bene. Tutta gente che si è adoperata con entusiasmo e totale gratuità, affrontando anche disagi considerevoli. Un esempio della loro generosità: lunedì sera, avendo smontato già quasi tutto e non avendo né luce, né acqua, né servizi igienici, né spazio adeguato per una cena tranquilla, ho pensato di offrire a tutti la pizza. Siamo andati così al ristorante. Spesa: 185 euro (eravamo in 16). Non c’è stato verso di far accettare l’offerta: mi hanno rimborsato 230 euro! Grazie a tutti per tutto questo e per tanto altro che rimane sepolto nel cuore di ognuno. Di nuovo grazie a tutti».

Questo è il testo integrale della lettera che don Camillo Brescianini ha pubblicato su La Torre Campanaria. Parole toccanti e sentite, che segnano l’addio a questo modo di trascorrere le vacanze, che l’ha accompagnato per gran parte delle sua vita da sacerdote. «È un’esperienza che ho cominciato nel 1974, partendo con una tenda e poi, piano piano, di paese in paese, ho ereditato le tradizioni dei vari posti nei quali sono stato mandato. Con i parrocchiani di Almenno abbiamo iniziato a campeggiare nelle nostre zone bergamasche. Tutti gli anni ci spostavamo, siamo stati a Schilpario, a Carona, e poi siamo andati a cercare posti anche fuori dalla provincia. Finché, nel 1986, abbiamo trovato questo spiazzo di Livigno, che poi abbiamo sempre tenuto, prima con Almenno e poi con Zandobbio. Purtroppo, in questi ultimi quattro anni, non sono più riuscito a montarlo perché, o mancavano i volontari o mancava l’adesione dei ragazzi. Quest’anno ho deciso di provarci comunque per l’ultima volta, perché avevo sul posto tutta la struttura e non potevo lasciarla lì in eterno. La cosa che mi ha riempito di gioia è stato il bell’afflusso dei miei ragazzi di un tempo che, dopo aver saputo che sarebbe stato l’ultimo anno di campeggio, sono venuti con le loro famiglie perché non volevano perdere l’occasione di far vivere anche ai loro figli questa esperienza. Mi dispiace che non sia stato apprezzato più di tanto, io ho pubblicizzato la cosa invitando anche gli oratori, ma ha aderito quello di Villongo, che ci è rimasto per una settimana. Ha aderito anche il Gruppo Ciclisti di Cene, che sono rimasti due settimane ma poi, per il resto, è rimasto vuoto quattro settimane. È un po’ troppo per una struttura così e per le spese che comporta, anche solo quelle di montaggio e di smontaggio, e a questo punto me ne sono fatto una ragione, perché il gioco non vale più la candela. Inoltre, anche quando il campeggio rimaneva vuoto, ci dovevano essere comunque delle persone a custodirlo. Una settimana sono rimasto su da solo, e un giorno è arrivata a trovarmi una mandria di asinelli. Ho pensato che, in mancanza degli umani, andavano bene anche quelli per farmi un po’ di compagnia! Sono molto dispiaciuto perché credo in questa forma di esperienza che è fortemente educativa, ma non si può far la guerra contro i mulini a vento».

 

 

Abbiamo chiesto al don il perché, secondo lui, del disinteresse per questo tipo di vacanza. «Tante volte i genitori pensano che sia troppo lontano, che sia troppo in alto, che ci sia troppo freddo… a volte sono gli stessi ragazzi che hanno paura di stare lontano dalle comodità, perché il campeggio era fuori Livigno, in una radura in mezzo al bosco. Invece quelli che hanno partecipato sono rimasti entusiasti, non sentivano neanche il bisogno del cellulare, che io ritiravo ma che loro, tante volte, poi si dimenticavano di chiedermi. Anche dal punto di vista meteorologico è andata bene, ci sono stati temporali di sera e di notte, ma di giorno il tempo ci permetteva di fare le nostre attività. Si stava in campeggio ma si facevano anche delle belle escursioni. Un giorno siamo andati al Madunù: si va su a Carosello 3000 e poi si sale sulle creste. Poi siamo andati al Ponte delle Capre, e ancora giù in paese. A parte il Madunù, erano tutti percorsi tranquilli. In passato ne abbiamo fatti di più impegnativi, all’epoca si faceva sempre un giorno di campeggio e uno di escursione, ma si stava anche a Livigno più di una settimana, magari una decina di giorni, anche quindici, e allora ci si poteva organizzare meglio, con più fantasia». Per montare e smontare tutta la struttura, hanno collaborato una ventina di volontari. «Adesso sto lavando i tendoni, approfittando un po’ del sole, così sistemo e metto via tutto pulito, in ordine. Se poi a qualcuno interesserà, si potrà contrattare. Diversamente resterà tutto qui come memoria, e si potrà utilizzare qualcosa per le feste in paese».

Articolo pubblicato sul BergamoPost cartaceo del 7 settembre 2018

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