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Ancora su Don Sturzo

Mario Adinolfi durante la manifestazione 'Difendiamo i nostri figli' contro il ddl Cirinnà, le unioni civili e quelle omosessuali a piazza San Giovanni, Roma, 20 giugno 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

L’amico Gianluca Valpondi ci ha inviato il seguente, dotto ed ispirato scritto di Mario Adinolfi, presidente di “Il Popolo della Famiglia” e direttore di “LaCroceQuotidiano”: una efficace sintesi storica su Don Luigi Sturzo e sulle vicende della partecipazione dei cattolici italiani alla politica, insieme con un appello attuale, sempre rivolto ai cattolici, a volersi ed a sentirsi “liberi e forti”! A Mario, senza indugio, la trainante parola, come riflessione per la domenica. (Giorgio Siri)

Ai liberi e ai forti: Sono solo i primi cento anni

Come spesso avviene sono in molti (quasi tutti) a citare l’appello ai “liberi e forti” di don Luigi Sturzo senza averlo mai davvero letto. Qual è la enorme novità storica rappresentata da questo scritto del 18 gennaio 1919 che diede il via alla ormai centenaria storia del popolarismo in Italia? La chiave è racchiusa in una delle ultime frasi dell’appello, ovviamente sconosciuta a chi se ne riempie la bocca senza avere minima coscienza del terremoto che questa frase provoca: “Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi”. Un sacerdote siciliano rompe mezzo secolo di cattolicesimo politico italiano impotente e inchiodato al non expedit dicendo che la missione di civiltà che spetta agli italiani deriva dalla radice e dall’ispirazione cristiana. Bum. Sostituite a “nuovi imperialismi” le nuove “colonizzazioni ideologiche” che come cristiani siamo sempre richiamati a combattere da Papa Francesco ed eccola là tutta la vitalità enorme di una lezione politica che ha attraversato solo i suoi primi cento anni di storia e attende fresca di essere condotta nel futuro come cura necessaria al malessere profondo di un Paese.

Ma per capire come muovere i passi nel domani bisogna avere chiaro tutto il percorso, lungo e davvero complesso, che ha riguardato la storia dei cristiani impegnati in politica in Italia. Senza sapere quel che è accaduto non si può lavorare a quel che accadrà, si è monchi nell’agire perché si è limitati nel pensare. Ai cattolici italiani manca davvero coscienza di sé e l’attuale condizione di sostanziale irrilevanza politica ne è una conseguenza. Dicono che “i tempi sono cambiati” e pensano che la lezione sturziana sia desueta, l’idea stessa di un cristianesimo impiegato anche come fonte ispirazione nell’azione politica sia inadatta alle esigenze dell’oggi, troppo “difficili”. Ecco, a costoro servirebbe studiare il percorso di Sturzo, politico e biografico. Ma costoro non sanno. Parlano solo per giustificare la propria inazione, in fondo la propria viltà.


La storia dei cristiani impegnati in politica in Italia conosce quattro fasi: l’assenza, la presenza, la preponderanza e infine il lento sciogliersi verso l’irrilevanza. La fase dell’assenza si apre il 30 gennaio 1868 quando alla precisa domanda rivolta dai vescovi piemontesi alla Santa Sede sulla partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche, il Papa Pio IX fece rispondere dalla Sacra Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari con due precise parole in latino: “Non expedit”. Non conviene. Per oltre mezzo secolo la linea vaticana sarà l’assenza dei cattolici dalle urne. Ci fu la conquista di Roma da parte delle truppe di Roma nel 1870, il Papa che resta chiuso in Vaticano e non si farà più vedere dai romani per decenni. Quando l’attività dell’Opera dei Congressi, fondata direttamente dalla Santa Sede nel 1874 per dare sfogo all’ansia di partecipazione dei laici cattolici alla vita pubblica italiana, cominciava ad affacciare qualche interrogativo sulla necessità di essere presenti politicamente, toccò a Leone XIII rendere più chiaro il messaggio di Pio IX e così nel 1886 la frase divenne imperativa: “Non expedit prohibitionem importat”. La non convenienza implica il divieto. Punto e stop. L’Opera dei Congressi non fu solo chiacchiere, ma fu tante chiacchiere, finché i giovani che fin da allora cominciavano a farsi chiamare “democratici cristiani” non presero il sopravvento, guidati da don Romolo Murri. Il clima si fece rissoso e allora arrivò un altro messaggio chiaro dal Vaticano e l’Opera dei Congressi nel 1904 venne sciolta dal successore di Leone XIII, Papa Pio X.


Ma la stagione dell’assenza stava per concludersi. Proprio lo scioglimento dell’Opera dei Congressi aprì un vuoto e non bastò a colmarlo l’istituzione di tre organizzazioni distinte, tutte strettamente dipendenti dalla gerarchia ecclesiale: l’Unione Popolare tra i Cattolici d’Italia guidata da Giuseppe Toniolo; l’Unione Economica e Sociale dei Cattolici Italiani guidata da Stanislao Medolago Albani; l’Unione Elettorale Cattolica Italiana guidata prima da Filippo Tolli poi dal conte Ottorino Gentiloni, sì quello del patto Gentiloni, sì parente di quello che poi un secolo dopo diventerà premier. Ma il mondo cattolico ribolle, comincia a far parlare di sé con un discorso che circola ovunque il giovane don Sturzo (è il “discorso di Caltagirone” del 24 dicembre 1905), i giovani di don Murri si organizzano senza chiedere il permesso alle gerarchie e fondano la Lega Democratica Nazionale, Murri riesce anche a farsi eleggere deputato nel 1909 e si becca prima la sospensione a divinis poi addirittura la scomunica (gli sarà tolta solo pochi mesi prima di morire, nel 1943, da Pio XII). Sturzo capisce che non è ancora aria, nel 1913 Pio X consente il Patto Gentiloni, cioè l’elezione di alcuni cattolici a titolo personale in Parlamento nelle fila dei moderati come “cattolici deputati” e non come “deputati cattolici”. Ma una presenza organizzata per nascere davvero dovrà attendere lo strappo causato dalla “inutile strage” (è la definizione che il successore di Pio X, Papa Benedetto XV darà della Prima Guerra Mondiale) e il sorgere dei due grandi pericoli totalitari: il socialismo e il fascismo. Contro di essi, come cura al male degli estremismi, alle elezioni del 1919 finalmente esordirà il Partito popolare italiano di don Sturzo ottenendo un milione di voti. L’appello ai liberi e forti era stato ascoltato oltre che seguito da molti.


La stagione della presenza fu breve, il successo del Partito popolare fu repentino, ma il 1919 fu l’anno di avvio del biennio rosso con i socialisti rivoluzionari ruggenti oltre che l’anno di fondazione dei Fasci di combattimento di Benito Mussolini. Sturzo svolse una funzione determinante e attrattiva per i cattolici, ma non bastò. Il regime liberale morente lasciò campo libero alla intelligente duttilità amorale di Mussolini nella conquista del potere e nel 1922 il fascismo ottenne il centro del ring, il governo, progressivamente ogni potere. I popolari si fecero attraversare come una lama dalla discussione: con i fascisti o all’opposizione? Fu scissione, un pezzo andò con chi comandava, Sturzo fu costretto alle dimissioni, il Ppi residuale vide calare i suoi consensi a seicentomila voti con Alcide De Gasperi segretario nel 1924, ma poi fu delitto Matteotti, partito unico, totalitarismo, leggi fascistissime, scioglimento forzato del Partito popolare italiano, arresto di De Gasperi e anche di sua moglie, anni di galera.


Tempi più semplici, cari amici, rispetto all’oggi? Ci furono la notte buia della dittatura, l’intesa con Hitler, le leggi razziali. La Santa Sede, interessata alla trattativa che sarebbe sfociata nel 1929 nei Patti Lateranensi con Benito Mussolini, aveva lavorato con attenzione. Papa Pio XI manda in esilio Sturzo e indica il Duce come “uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare”. Servirà lo scioglimento dell’Azione Cattolica nel 1931 per far capire al Papa l’errore compiuto nel dar corda al fascismo, che Pio XI stesso definirà nell’enciclica Non abbiamo bisogno (scritta in italiano e non in latino) “statolatria pagana, non meno in contrasto con i diritti naturali della famiglia che con i diritti soprannaturali della Chiesa”. Aveva ragione Sturzo e l’illusione della Chiesa di “far da sé”, aiutando Mussolini a spazzare via il soggetto politico autonomo organizzato dei cattolici italiani per avere una trattativa diretta tra Vaticano e governo fascista, si era ritorta contro la Chiesa stessa.


Mentre la notte del totalitarismo fascista andava dissolvendosi, nel luglio del 1943 una cinquantina di intellettuali cattolici tra cui i giovani Giulio Andreotti, Aldo Moro, Giorgio La Pira, Sergio Paronetto guidati da Pasquale Saraceno e Ezio Vanoni si ritrovarono a Camaldoli per ricostruire il filo di quella presenza popolare in Italia e lo fecero così bene da aprire la terza stagione dei cristiani in politica nel nostro Paese: quella della preponderanza. Il Codice di Camaldoli è il documento principale, fonda insieme la futura Democrazia Cristiana e la futura Costituzione repubblicana. Finita la guerra sarà Alcide De Gasperi il politico di riferimento e la Dc il partito egemone dalla conquista piena del potere che coincide con le elezioni del 18 aprile 1948 fino alla perdita della presidenza del Consiglio che avverrà solo trentatré anni dopo, quando a Palazzo Chigi andò Giovanni Spadolini. In questi trentatré anni i cattolici guideranno ininterrottamente il governo del Paese e trasformeranno un Paese in macerie nella quarta potenza industriale del mondo, un vero miracolo di orientamento della politica al bene comune. Aiutati prima da Pio XII e poi da San Paolo VI i democratici cristiani operarono complessivamente con la barra dritta, facendo collimare libertà e giustizia sociale. Il tutto subendo sempre offensive di ogni genere, negli Anni Settanta fino a tutti gli Anni Ottanta anche armate, in particolare da parte del terrorismo comunista. Vittorio Bachelet, Pino Amato, Italo Schettini, Roberto Ruffilli caddero perché democristiani sotto il piombo brigatista. Su tutti, ovviamente, Aldo Moro. Ucciso il 9 maggio 1978, pochi mesi dopo seguito nella morte da Papa Montini. Pochi giorni dopo l’assassinio di Moro veniva approvata la legge 194/78 sull’aborto. Nel 1981 i democristiani perdevano Palazzo Chigi e una dozzina d’anni dopo la Dc cadde definitivamente sotto i colpi di Tangentopoli.


Di lì iniziò un quarto di secolo che avrebbe potuto essere di neopopolarismo sturziano, grazie al generoso tentativo di Mino Martinazzoli di rifondare il Ppi portandolo anche in doppia cifra alle elezioni politiche del 1994, invece fu solo il principio di un cupio dissolvi fatto di infinite scissioni, sigle, liste e listarelle che hanno condotto dritti all’irrilevanza. La diciottesima legislatura repubblicana è la prima che non ha alcun gruppo parlamentare che faccia direttamente riferimento all’ispirazione cristiana nella sua constituency, per via dei risultati delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Solo i 220mila elettori del Popolo della Famiglia hanno espresso il convincimento che la storia dei cristiani autonomamente organizzati in un soggetto politico in Italia non sia conclusa. Che questi siano stati solo i primi e straordinari cento anni di una storia destinata a durare.
Il 20 gennaio 2019 a Roma al Centro Congressi di via dei Frentani centinaia di delegati provenienti dai circoli di tutta italia del Popolo della Famiglia si impegneranno per i primi passi da compiere nel secondo secolo di questa vicenda umana che è enorme perché non è solamente umana: “A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”.
Così sia, ancora, nel 2019 come nel 1919. Maria volga benevola lo sguardo alla traversata del deserto operata dalla Sua testuggine. Il tempo è difficile, è vero. Non più difficile però di quello attraversato dai giganti che ci hanno preceduto. Seguendo le loro orme andremo lontano nella nostra battaglia.
A noi la battaglia, a Dio la vittoria. Laici, come Sturzo ha insegnato, ma senza vergognarci di Gesù.

Don Luigi Sturzo con Filippo Meda: da “Avvenire”

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