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Passerella, una morte scomoda. Il libro della socia Anna Maria Catano

La nipote Anna Maria Catano racconta la vita

di un partigiano scomparso nel nulla nel 1944

 

di Giuseppe Pietrobelli

La storia del partigiano Franco Passarella, nato a Venezia e andato a morire sulle montagne bresciane quando aveva soltanto diciotto anni, è lancinante, divisiva, atroce. Nel fluire della storia e della tragedia della Guerra di Liberazione può sembrare un pulviscolo, di certo è un evento dimenticato. Ma proprio per questo silenzio che lo ha circondato, il racconto a settant’anni di distanza da parte della nipote giornalista Anna Maria Catano, è una rievocazione potente, una denuncia che entra nei segreti e nel pudore di una fami- glia antifascista per scardinare le certezze e le verità di facciata in una città che ha accettato troppo facilmente e troppo a lungo lapidi falsificate e menzognere.

UNA STORIA DOLOROSA

Edito da Robin, 170 pagine, 12 euro, “La storia del partigiano Franco” è un libro a due facce. La prima metà è l’elogio della voglia di libertà, della purezza di ideali, della capacità di sacrificio di quei giovani che ebbero la forza di diventare “ribelli per amore”. Fi- glio del giornalista Ottorino, che era amico di Ferruccio Parri, licenziato nel 1939 dal Gazzettino perchè senza tessera del Partito Unico in tasca, Franco era cresciuto a Brescia, dove il padre aveva trovato un nuovo lavoro. Istintiva, naturale fu la sua scelta di campo. Gli amici andavano a far la guerra con i tedeschi o si nascondevano, con l’aiuto di prelati potenti. Lui prese la maturità e decise di salire in montagna, dopo aver già fatto da staffetta e cospiratore dei gap in pianura. Fin qui, il libro è un inno laico alla voglia di libertà, capace di ricacciare in bocca troppe tentazioni revisioniste che serpeggiano oggi in un’Italia colpevolmente di- stratta e senza memoria.

UNA VICENDA CONTROVERSA

Ma è dal momento in cui Franco, il 19 giugno del 1944, sparisce nel bosco, dopo aver salutato la mamma Carolina e la sorella Laura, che comincia il lato oscuro di questa storia. Dura appena una settimana la vita del partigiano Franco. E’ pronto a combattere per un ideale, a morire per la libertà. Muore nel modo peggiore, perché inutile, crudele. Non sono le Ss a sparargli un colpo in testa. E neppure i repubblichini. Sono quattro partigiani della Val Camonica. Sono i partigiani del famigerato distaccamento C14 delle Fiamme Verdi, “facinorosi ben noti in vallata per violenze e bravate”, annota Anna Maria Catano, che, come in un urlo liberatorio, dopo settant’anni di silenzio colpevole, ripete più e più volte i loro nomi, conosciuti da molti a Brescia. “Antonio Giacomini, Enrico Martinelli, Bruno Pe e Remo Ziliani: la banda di Solato”.

ACCUSATO DI ESSERE UNA SPIA

Dopo la fuga da un rastrellamento, Franco, disarmato, incontra loro. E’ la fine. Gli danno della spia. Lo condannano prima di processarlo. Lo spogliano. Non lo ascoltano mentre lui implora di aver già rischiato la vita, a Brescia, per il Partito d’Azione. Troppi testimoni vedono e tacciono. Due donne. Un prete che lo confessa e avrebbe potuto salvarlo. I residenti di Vissone che vanno alla messa. E due pastorelli che assistono all’esecuzione. Quei quattro avevano il fazzoletto verde. Nessuno ha fatto il loro nome. Una morte scomoda, e per questo volutamente nascosta. La mamma ha cercato Franco per due anni, prima di ritrovarne i resti mangiati dagli animali. Solo mezze ammissioni, molto tempo dopo, di una morte da “fuoco amico”.

UCCISO NEL BOSCO

Non parlarono i capi partigiani e neppure i preti, non parlarono gli amici e nemmeno i testi- moni. “La ferocia fascista lo colse” recitava la lapide, mentendo. E ancora oggi, dopo l’uscita del libro, l’associazione “Fiamme Verdi” di Brescia, ha scomodato uno storico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, per cavillare sui documenti, dichiarando che quei quattro non erano iscritti alle Fiamme Verdi e che la ricostruzione del libro sulle reticenze inconfessabili dei comandanti partigiani è infondata. Dopo settant’anni, un ulteriore silenzio sarebbe stato meno indecente.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino il 14 novembre 2017

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