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Politica

Un milanese a Roma. La candidatura di Parisi nel Lazio rivela lo stallo del centrodestra

TIZIANA FABI via Getty Images
TIZIANA FABI via Getty Images 

E dunque, alla fine, il candidato del centrodestra a governatore del Lazio sarà Stefano Parisi, già candidato sconfitto a Milano contro Sala e già oggetto, in queste ore, di qualche sfottò sui social per un curriculum presentato, allora, in milanese. L'accordo prevede questo: Parisi, che non ha trovato nella famosa quarta gamba di Fitto e Cesa, non presenterà la sua lista (parliamo dello zerovirgola) alle politiche e, in cambio, riceverà tre collegi di fascia intermedia, di quelli dove te la devi giocare, né blindati né persi in partenza. Un milanese a Roma contro Zingaretti, la Lombardi, ma anche contro lo Scarpone del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi. Questo il quadro.

La scelta certo riguarda il Lazio, ma ha, al tempo stesso, una ricaduta e un significato politico "nazionale". Perché il 4 marzo c'è, come noto, l'election day e il voto sulla Regione, inevitabilmente, si intreccia con quello per le politiche. Più di un sondaggista dice questo: "È evidente che la candidatura di Pirozzi toglie voti al centro centrodestra sul piano nazionale. Il sindaco farà una campagna tutta contro i partiti, da uomo nuovo, grillino di destra. Chi lo vota poi che fa, vota Berlusconi? Una parte sì, ma non tutti". Ecco, è difficile quantificare se in dieci, venti, o trenta ma il Lazio può diventare l'Ohio d'Italia per il centrodestra in testa nei sondaggi. Insomma, è difficile che senza un pieno nel Lazio possa ottenere la maggioranza, o quasi, a livello nazionale.

E qui siamo al significato politico di questa cosa. A Roma l'operazione Marchini impedì alla Meloni di andare al ballottaggio (e chissà magari vincere), questa volta l'incapacità di trovare un candidato unitario si rivelerà altrettanto fatale. La verità è che l'esito finale è un raro esempio di superficialità, imperizia, assenza di strategia politica. Il sindaco di Amatrice, appoggiato da vecchie volpi della ultradestra come Storace e Alemanno, e appoggiato per mesi anche da Salvini, ha raccontato come ha ricevuto incoraggiamenti ad andare avanti (non era forse Tajani a stimarlo al punto da volerlo come commissario per il terremoto?). Poi, quando la regione è entrata nella trattativa nazionale, è stato impossibile farlo tornare indietro, nonostante l'offerta di un collegio sicuro o della vicepresidenza.

Andando al dunque, il Lazio è metafora di una coalizione bugiarda che sta assieme per spartirsi il bottino elettorale, ma senza un vincolo politico, programmatico, e uno straccio di idea comune. La verità è che, per mesi, Berlusconi che ha più in testa il Nazareno che la Pisana non ci ha mai messo la testa, mentre Salvini ha sostenuto Pirozzi, senza parlarne con i potenziali alleati secondo una prassi che lo vede avvezzo ad essere concreto nel Nord, dove governa, e a giocare le partite del sud (Sicilia e Lazio) per una visibilità a scapito degli alleati. E alla fine era prevedibile che arrivasse il veto di Giorgia Meloni, che nel Lazio rappresenta il partito più forte.

E allora, facciamo l'elenco per voci, in questo inizio di campagna elettorale: le Fornero (chi la vuole abrogare chi rivedere), il tre per cento (chi lo vuole sforare, chi rispettare), i dazi di Trump (chi li apprezza, chi li critica), il Lazio buttato via. La sensazione è che la coalizione di centrodestra, frettolosamente data per vincente, sia in una situazione di stallo, perché non è più (da tempo) una coalizione politica, ma un accrocco per prendere voti con questo sistema elettorale. E col passare dei giorni emerge sempre di più la sostanza di una coalizione dei separati in casa. Poi, il 5 marzo si vedrà. In regione, probabilmente, il problema neanche si porrà. Nell'ultimo sondaggio, con Pirozzi in campo, il resto del centrodestra era dato al venti per cento.

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