La vigilia del viaggio di Papa Francesco in Cile e Perù ha visto scatenarsi tensioni, malumori e perfino atti violenti intorno all’ennesima visita apostolica del Vescovo di Roma nel suo Continente di provenienza. E ora il flusso mediatico punta a presentare la trasferta latino-americana come una specie di test di “tenuta” del pontificato bergogliano.

Ad attendere il Papa in Cile ci sono i roghi di chiese rivendicati in nome di presunte cause indigeniste, e una Chiesa sotto schiaffo da anni per le vicende di abusi sessuali perpetrati da religiosi e sacerdoti, esponenti in vista del clero locale. In Perù, una società di vita apostolica di origine peruviana, che nei lustri passati aveva goduto di buone entrature anche in Vaticano, è stata appena commissariata dalla Santa Sede, dopo le pesanti accuse di carattere sessuale che hanno raggiunto la loro leadership.

I prossimi atterraggi del primo Papa porteño in Cile e Perù ha fatto esplodere oltremisura anche le polemiche nel suo Paese d’origine. Sui social media argentini c’è chi sparge a raffica commenti risentiti sul “Papa traditore”, che a quasi cinque anni dalla sua elezione pontificia ha evitato di tornare in Patria pur avendo visitato quasi tutti i grandi Paesi del Sudamerica. Mentre decine di migliaia di connazionali viaggiano verso Santiago per vedere Bergoglio. E mentre i vescovi argentini confermano implicitamente gli eccessi di conflittualità sviluppatisi intorno alla figura dell'illustre connazionale, diffondendo una lettera in cui ricordano che «Nessuno ha parlato o può parlare a nome del Papa» e che «il suo contributo alla realtà del nostro Paese deve essere trovato nel suo insegnamento abbondante e nei suoi atteggiamenti di pastore, non in interpretazioni tendenziose e parziali che non fanno che allargare la divisione tra gli argentini». 

In Argentina – si intuisce anche dal messaggio dei vescovi – si scarica intorno alla figura del Papa anche la congerie di tensioni politiche e sociali di un Paese in affanno, dove sono tornati gli scontri di piazza e i roghi sulle autostrade, logorato da conflitti di potere, dalla sparizione delle classi medie e dalla latitanza delle classi dirigenti. Ma il malessere e uno stato di crisi “di sistema” sembrano il tratto comune della condizione di buona parte dell’America Latina: dal Venezuela al Brasile, dall’Honduras alla Colombia, la frammentazione e la stagnazione economica caratterizzano la fase terminale di quella «svolta a sinistra» dell’America Latina, iniziata 15 anni fa e entrata in crisi negli anni del papato argentino.

 

La memoria corta dei cantori dell’89

I malumori argentini, o le polemiche cilene - comprese quelle sui costi economici della visita papale - bastano da soli a suggerire quanto sia inappropriato e fuorviante applicare ai viaggi e alle proiezioni internazionali di Papa Bergoglio le formule interpretative prevalse nella lettura del pontificato di Karol Wojtyla, il «Papa globe-trotter». Le stesse turbolenze latino-americane in coincidenza con gli anni del Papa nato in Argentina appaiono imparagonabili alla sequenza fastosa di “successi” attribuiti in molti circoli d’Occidente alla vena geopolitica del Papa polacco negli anni Ottanta e Novanta.

Nelle vulgate giornalistiche si continua a intestare a San Giovanni Paolo II il crollo del muro di Berlino. L’epopea dell’89 viene ancora rivissuta alla luce degli slogan tipo «Dio ha vinto all’Est», lanciati dai teologi neocon occidentali che a quel tempo salutavano un mondanissimo passaggio nella vicenda dei poteri del mondo come se fosse l’alba di una nuova era per la fede e per la Chiesa. In quegli anni, anche nei documenti ecclesiali ufficiali si rendeva omaggio alla saga dell’89, anno in cui si vedeva l’inizio di una svolta provvidenziale nella storia dell’umanità, con l’imminente trionfo universale della democrazia, della libertà e dell’insopprimibile sete di Dio che i regimi atei avevano tentato invano di soffocare.

Poi vennero i massacri tra popoli “cristiani” dell’ex Jugoslavia, i flussi di migranti est-europei in fuga da fame e guerre, e i processi di scristianizzazione reale che avanzavano nel vissuto dei popoli, sia a Est che ad Ovest, sotto la retorica delle rinascite spirituali. San Giovanni Paolo II, negli ultimi anni di pontificato, si smarcò in maniera sempre più netta da quelli che attribuivano venature di palingenesi geopolitica al suo pontificato: «Dopo il 1989», si legge ad esempio già nella Lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente del 1994 «sono emersi nuovi pericoli e nuove minacce. Nei Paesi dell’ex blocco orientale, dopo la caduta del comunismo, è apparso il grave rischio dei nazionalismi, come mostrano purtroppo il grave rischio dei Balcani e delle aree vicine». Parole che oggi risultano ancora più profetiche, davanti ai leader politici dell’Est Europa che provano a ridurre i riferimenti cristiani a ideologia identitaria per giustificare le loro politiche anti-immigrati.

 

“Un imprevisto è la sola speranza”

I codici di lettura imposti dai circuiti liberal e neo-conservative adesso incalzano e assediano anche il pontificato in corso. Degli anni di Wojtyla è rimasto il vezzo ozioso, mediatico-clericale, di attribuire alle visite papali effetti mirabolanti nella vita dei Paesi e delle Chiese locali visitati. «C'è tanta gente che spera che nei due o tre giorni della visita papale si compia un cambio radicale della Chiesa cilena e anche del Paese. E questo è per lo meno ingenuo», ha confidato a Vatican Insider il gesuita cileno Fernando Montes, ex Rettore dell’Università Alberto Hurtado e compagno di studi di Jorge Mario Bergoglio. 

Il viaggio papale appena iniziato si presta alle operazioni di chi, dopo aver costruito l’icona del «Papa Superstar», si prepara a fustigare le insufficienze mostrate dal Papa nell’adempiere all’agenda disegnata per lui dai circuiti mediatico-clericali liberal e neo-conservative. Il confronto implicito e sottinteso con i “fasti” dell’epoca wojtyliana può tornare utile anche a questo.

Le centrali dell’informazione globale hanno già impostato la griglia bloccata dei due o tre temi – in primis gli abusi sessuali del clero, e magari qualche accenno ai «viri probati» – su cui intendono misurare il viaggio papale in Cile e Perù, per poi poter riempire di perplessità e accenni alle «promesse mancate» il diluvio imminente dei “bilanci” sul primo quinquennio di pontificato bergogliano.

 

La trasferta latino-americana si offre a essere utilizzata da chiu punta a accrescere ancora di più l’attenzione polarizzante sul “personaggio” papale - separandolo dal resto della Chiesa, e dal cammino del popolo di Dio - per poi rinfacciargli veri o presunti fallimenti nel caos degli scenari latinoamericani, ora che anche indubbi “successi” del lavoro diplomatico vaticano – come il contributo al disgelo tra Cuba e Usa – sembrano messi in discussione dal mutevole flusso degli eventi e delle leadership. I riflessi condizionati del conformismo mediatico puntano a aumentare la pressione soprattutto sulla questione degli abusi sessuali, per giocare col clichè di una Chiesa intimidita e messa all’angolo, congestionata da ansie da prestazione, che «non ce la fa» a liberarsi dal male standardizzando le misure di auto-controllo e auto-regolazione, come funziona una qualsiasi brava “company” capace di far rispettare le regole interne del suo “codice etico”.

Il copione sembra già scritto, con gli apparati pronti a rilanciare le dichiarazioni d’intenti sulla «tolleranza-zero». Ma spesso, come scriveva Eugenio Montale, quando si parte per un viaggio, dopo averlo preparato a lungo e con cura, «un imprevisto è la sola speranza».

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