Don Mauro Mantovani, dal 2015 rettore della Pontificia Università Salesiana, 52 anni, studi filosofici e teologici, incarna quella nuova e interessante generazione di superiori a cui spetta il delicato compito di traghettare gli Atenei Pontifici su sponde nuove, con una decisa virata, come indica Papa Francesco nella recente Costituzione apostolica Veritatis Gaudium. Un cambio di passo che significa ripensarne il modello e i contenuti in modo che sapere scientifico e ricerca accademica convergano su un unico obiettivo: il bene dell’uomo, in un mondo che vive senza Dio ma che drammaticamente cerca Dio. «In quanto eredi di Don Bosco - spiega Mantovani - il nostro servizio è la promozione integrale delle giovani generazioni, ci sentiamo chiamati a rispondere alle loro aspettative, accompagnarli nella crescita integrale, prepararli all’impegno verso gli altri». 

Fondato a Torino negli anni ’40 periodo in cui malgrado la guerra, vennero aperti diversi istituti per la formazione religiosa, l’allora Ateneo Salesiano inaugurò con coraggio da pioniere nel 1956 il corso di studi di Pedagogia. Con il trasferimento a Roma, l’Ateneo elevato nel 1973 a rango di Università Pontificia da Paolo VI, si stabilì nella periferia nord della capitale, al Nuovo Salario. Tra le mura del grande complesso di stile molto essenziale, già da molti mesi si lavora per rivedere statuti e ordinamenti, per aggiornare i corsi di studio, tagliare i rami secchi (o quasi), valorizzare alcuni insegnamenti, soprattutto quelli che sono l’identità dei salesiani: l’educazione e la comunicazione, l’azione pastorale tra i giovani e i ceti popolari. 

«L’educazione è il loro specifico ambito come per la Lateranense è il diritto, per l’Urbaniana sono le missioni, per l’Angelicum la filosofia di San Tommaso. E così la Facoltà di Scienza dell’Educazione con la laurea in psicologia è il fiore all’occhiello dei Salesiani, per vocazione ma anche per risultati. Su un totale di 2.068 studenti (dati del 2017), gli iscritti a Scienze dell’Educazione sono 1167, in maggioranza laici e italiani. Una scelta alternativa alle università italiane, per costi molto più contenuti (duemila euro l’anno) e per un ambiente più “protetto”. Laurea breve o Magistrale, titolo di studio pontificio della Santa Sede, e dunque straniero, non riconosciuto in caso di concorsi pubblici, ma valido e valutabile come tutti i titoli conseguiti all’estero. 

Seguono la classifica: Teologia con 466 studenti, Filosofia con 112, Diritto con appena 23 studenti e sul cui destino si addensa molta incertezza. Una nicchia per pochi intenditori è la facoltà di “Latinitas”, Lettere cristiane e classiche (76 studenti). Quando d’estate i corsi sono conclusi, arrivano gli studenti dalla Cina continentale per studiare latino e greco e capire la storia attuale di questo nostro mondo a ovest attraverso la radice più profonda della cultura occidentale. Numeri risicati, 20 studenti in tutto.

«Piccola facoltà - commenta il rettore - ma di cui siamo molto orgogliosi». Comprendere e commentare testi dell’antichità classica, dell’archeologia e dell’epigrafia è senz’altro una rara opportunità, forse andrebbero sdoganati dalla dimensione di élite, con quali mezzi e modi è tutto da individuare. E poi c’è Scienze della Comunicazione con 150 iscritti, non è in coda ma è oscillante da diversi anni e ora, dissoltasi quell’aurea di novità degli anni ’80 - quando la visione dei salesiani di formare comunicatori di media a servizio della comunità risultò azzeccata - necessita di un “remake”

L’indirizzo dei nuovi curricula, che se approvati dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica (una sorta di Miur del Vaticano) entreranno in vigore il prossimo anno, è la comunicazione digitale, la ricerca, il laboratorio d’eccellenza per formare giovani italiani e stranieri che arrivano soprattutto dall’Africa e dall’Asia (indiani, coreani, vietnamiti) con il progetto di mettere in piedi nelle loro diocesi centri di produzione, siti web, piccole tv e radio locali.

Tra le facoltà che acquistano nuovi studenti e quelle che li perdono, in barba a tutte le profezie di tracollo, il numero degli iscritti delle Pontificie Università resta nel complesso stabile o in leggera flessione. Nonostante la crisi delle vocazioni che riguarda l’Occidente, compensata però dal consistente vivaio di sacerdoti che è nel sud del mondo, almeno per ora. La crisi colpisce piuttosto i bilanci delle diocesi di quei mondi lontani, e i costi consentono con difficoltà di indirizzare giovani promettenti, sacerdoti e laici, nelle Università a Roma, sedi prestigiose e passaggio indispensabile per costruire brillanti carriere ecclesiastiche (tra gli ex allievi della Salesiana ci sono Juan Pablo Zabala Torrez, rettore dell’Università Salesiana di Bolivia; a Yaoundé, in Camerun, il preside del Dipartimento di Filosofia dell’Università Cattolica dell’Africa Centrale, padre Richard Ngono; il preside dell’Istituto di Filosofia “Saint Joseph Mukasa”, padre Paulin Nga).

Non solo. In quei Paesi sorgono con straordinaria rapidità Istituti per gli studi religiosi che in un futuro nemmeno tanto lontano potrebbero rappresentare una alternativa più economica alle Università all’estero. «O si cambia o sarà un disastro - ammette don Mantovani – c’è bisogno di una prospettiva ampia, ci vuole convergenza, integrazione di saperi. In quest’epoca che soffre per mancanza di pensiero, le Pontificie Università possono rispondere in maniera efficace, coprire il vuoto culturale ma ci vuole convergenza dei saperi, collaborazione di discipline». 

Alla UPS malgrado la maggiore concentrazione di italiani, gli 800 studenti che arrivano da 102 Paesi danno quel respiro internazionale proprio di tutte gli Atenei pontifici, crocevia di mondi stranieri unificati dallo stesso sentire profondo. A sostenere i loro studi a Roma, a parte le Congregazioni di provenienza, sono soprattutto alcune fondazioni internazionali legate agli ambienti della Chiesa: Papal Foundation, Aiuto alla Chiesa che Soffre, Cardinal Foundation. 

«Cerchiamo di mantenere tasse piuttosto basse, è una scelta culturale - precisa il rettore - è ovvio che non riusciamo a essere autonomi, ma non siamo nemmeno costretti a seguire i ranking, le classifiche di merito, e questo ci fa sentire più liberi». Di fatto a coprire i deficit di bilancio della UPS interviene annualmente la Congregazione Salesiana, l’altro contributo arriva dai 100 dipendenti salesiani, tra docenti (quelli stabilizzati e con gradi alti) e ausiliari, che offrono servizio gratuitamente, l’altra minoranza è retribuita con contratti a tempo. 

Ma se ancora l’iter per il reclutamento è per cooptazione, passando attraverso il placet del Vaticano e la segnalazione della Facoltà stessa, dal 2019 si cambia, i docenti e le loro credenziali saranno valutati dall’Agenzia della Santa Sede per la Valutazione e la Promozione della Qualità (Avepro), creata da Papa Benedetto XVI che entra a pieno titolo nelle nuova Costituzione e provoca qualche malumore. Ma queste sono le regole delle Accademie dovunque, e soprattutto sono le condizioni previste dagli accordi e dalle convenzioni internazionali a cui ha aderito la Santa Sede. 

Istituti e Atenei a parte, che sono in gran numero e sparsi in tutto il mondo. Le Università Pontificie che si fregiano del titolo sono sette e tutte a Roma, ognuna con almeno quattro facoltà, di cui tre obbligatorie per essere riconosciute tali dalla Santa Sede: Teologia, Filosofia e Diritto canonico. 

Da qui la moltiplicazione di discipline, la parcellizzazione dei saperi in nome della “famiglia” di appartenenza, del prestigio, di potere, spesso arroccate nel loro universo autoreferenziale, legate all’ordine di cui sono espressione, considerato l’unico interlocutore, detentori di conoscenza preziosa e indispensabile che però condividono con parsimonia. Si respira una certa aria di scetticismo nelle Università, tra dubbi e interrogativi, sull’esito di questa «coraggiosa rivoluzione», ma forse ai più sfugge la dimensione della richiesta di Papa Francesco, la forza e la determinazione del gesto.

Alle Università ora viene chiesto un ribaltamento, il confronto, la condivisione, di fare rete, di favorire il dialogo con le altre Accademie e con gli altri saperi, con cristiani appartenenti alle altre chiese e comunità ecclesiali, ma anche con i non cristiani. E chi se non l’Accademia può suggerire alla Chiesa una visione diversa, olistica, fornire gli strumenti e proporre «realistiche piste di risoluzione», «un nuovo modello di progresso» per affrontare questa nuova accidentata tappa nel cammino dell’evangelizzazione, necessaria in un’epoca in cui il degrado dell’ambiente fa rima con quello sociale, antropologico, culturale? Una strada vissuta in Dio. Un Dio che però bisogna rendere visibile, questo può fare la differenza.

 

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