Bashar al-Assad annuncia che i raid occidentali «hanno unito la Siria», torna a bombardare i ribelli, mentre il fronte sciita prepara la risposta. Centinaia di combattenti sciiti si sono spostati negli ultimi due giorni dall’Iraq alla Siria, diretti a Deir ez-Zour e di lì al fronte a Est dell’Eufrate, dove l’esercito di Bashar al-Assad e i suoi alleati sono a pochi chilometri dalle posizioni della coalizione curdo-araba sostenuta dagli Stati Uniti. Dopo «l’incidente» dell’8 febbraio, quando miliziani filo-governativi tentarono un blitz per riprendersi un campo petrolifero e almeno un centinaio, compresi molti contractors russi, vennero uccisi da raid americani, il fronte è «congelato». Il blitz di sabato ha cambiato le cose. Le milizie sciite sono «in stato di combattimento». L’ordine è di colpire, anche se non con attacchi frontali.

A spostarsi dall’Iraq sono stati i combattenti di Harakat Hezbollah al-Nujaba. È una milizia che risponde a Qassem Suleimani, il comandante delle forze d’élite dei pasdaran. Ha partecipato alla battaglia di Aleppo nel 2016 e poi alla riconquista dell’Est siriano. Ma soprattutto è stata decisiva nella presa di Abu Kamal, al confine fra Siria e Iraq, il tassello indispensabile per aprire «l’autostrada sciita» da Baghdad a Beirut. Hezbollah al-Nujaba, come il suo omonimo libanese, è anche un partito e spera di diventare decisivo per la formazione del governo dopo le elezioni del 12 maggio. Per questo il premier Haider al-Abadi, nonostante le pressioni americane, lascia fare. I miliziani iracheni ricevono un salario dal governo: Sheikh Maythan al-Zayadi, a capo di una milizia più moderata che risponde al Grande ayatollah Ali Sistani, ha rivelato che la paga è doppia per chi combatte a fianco di Assad: 1200 dollari invece di 600.

I combattenti sciiti, oltre a fronteggiare gli americani nella Siria orientale, si sono avvicinati sempre più a Israele. Secondo l’esercito israeliano ci sono in Siria 9000 combattenti dell’Hezbollah libanese, altrettanti iracheni, più alcune migliaia di afghani, coordinati da 2000 consiglieri militari dei pasdaran. Dopo aver sconfitto l’Isis in Iraq e Siria, per le milizie irachene ora il nemico numero uno sono le truppe americane: 2000 in Siria e 6000 in Iraq, più 5500 contractors. I miliziani sciiti iracheni sono invece 200 mila, e almeno la metà sono controllati dall’Iran. È una massa d’urto che potrebbe mettere in difficoltà gli Stati Uniti. Per questo in Israele è allarme rosso e il premier Benjamin Netanyahu ha invitato Donald Trump a «non ritirarsi dalla Siria». Ieri l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley ha precisato che il ritiro avverrà «soltanto quando gli obiettivi verranno raggiunti». E fra gli obiettivi c’è il contenimento dell’Iran. Lo Stato ebraico conduce con l’Iran una guerra aerea «a bassa intensità» dal 10 febbraio, quando un drone spia è stato intercettato sul Golan. Ieri l’ex capo del Mossad Danny Yatom ha rivelato che era «una replica esatta» di un Sentinel americano precipitato in Iran nel 2011. Altri modelli sono in grado di lanciare «missili guidati».

Con l’appoggio militare russo e iraniano il presidente siriano Assad può ostentare sicurezza prendersi la sua rivincita sui ribelli alleati di Usa e Arabia Saudita. L’aviazione siriana ha ripreso i raid a Sud di Idlib, e a essere colpito è stato il gruppo Jasyh al-Islam che aveva resistito a Douma fino all’attacco chimico. Ieri il raiss ha incontrato parlamentari russi e puntualizzato che «l’attacco ha unito il nostro popolo e tutte le nazioni guidate dalle norme del diritto internazionale».

Assad ha sottolineato che la Siria si è difesa dai raid «con missili prodotti negli anni Settanta», e Mosca lo ha rassicurato ancor più con l’annuncio di una prossima fornitura di più avanzati sistemi S-300. Ma il raiss gioca anche la carta dell’orgoglio arabo. Dalla riunione della Lega araba è arrivata la solidarietà di Libano, Iraq, Algeria, mentre Kuwait e Giordania hanno chiesto «una soluzione politica». Le posizioni anti-America servono a guadagnare consensi fra i sunniti. Lo scorso gennaio Assad ha riallacciato le alleanze strette dal padre Hazef con le tribù beduine Shaitat, Baggara, Sabkha. Anche loro potrebbero partecipare alla guerriglia anti-Usa.

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