Nelle ore di massima fibrillazione, quando fin dalla mattina nei Palazzi volgono già gli sguardi al «forno del domani», quello tra Pd e 5Stelle tutto da costruire, Matteo Renzi interpreta il ruolo della sfinge: l’ex segretario lascia tutti col fiato sospeso a rimuginare su quale sia il suo vero intento, dando così la stura alle più svariate ipotesi. E creando non poca fibrillazione nei poli istituzionali, così come nei gruppi del Pd. Dove ieri, dopo la nomina dell’ufficio di presidenza e prima di uscire da Montecitorio, Graziano Delrio si raccomandava con la sua vicaria Alessia Rotta di stare «zitta, perché le cose migliori maturano nel silenzio». Dando così la stura a congetture su chissà quali colloqui con i grillini. E del resto sono girate voci d’ogni sorta: perfino quella secondo cui Renzi vorrebbe che Berlusconi dia mandato a Forza Italia di astenersi di fronte ad un esecutivo con i voti grillini, «per far vedere di non essere il solo a concedere credito a questi qui», racconta un deputato. Guarda caso, esce un tweet di Guido Crosetto, ex azzurro passato con la Meloni, che pronostica proprio questo scenario: «Sembra sempre più vicino il Governo di Centrosinistra: 5 stelle, Pd, Leu. FdI e Lega, felicemente all’opposizione durissima e FI ultrafelicemente all’opposizione dura alla Camera e... “responsabile” al Senato».

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Ecco, le voci si rincorrono su una tela ancora tutta da imbastire. Che avrebbe come telaio un incarico affidato a Roberto Fico come grimaldello per scongelare i Dem anchilosati all’opposizione. Tra i renziani scatta il panico, perché nessuno sa cosa pensi il capo e molti temono la «strambata» improvvisa verso i pentastellati senza che nessuno sia preparato alla bisogna, anzi dopo che tutti sono stati costretti a dire urbi et orbi che «non se ne farà nulla». Renzi fa vedere di essere spensierato, «come è bella la primavera a Firenze», twitta in mattinata. Facendo preoccupare ancor di più i suoi, subissati da messaggi «di militanti ed elettori infuriati che ci chiedono se sia vero che andiamo coi grillini...», racconta uno delle sue parti. Alle otto di sera l’ex segretario fa trapelare che per lui il governo Pd-5Stelle non esiste, «non ci sono scongelamenti, avvicinamenti, ipotesi o trattative. Niente», assicura il suo portavoce.

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Certo è che la prossima settimana ci sarà un altro esploratore e a quel punto i Dem si dovranno sedere al tavolo. Se sarà un esponente grillino o vicino a quel mondo, la partita entrerà nel vivo. Tanto che i big Pd senza darlo a vedere si stanno già disponendo alla battaglia. «Se ci sediamo con loro, ciò non vuol dire che abbiamo fatto un accordo per il governo, anzi», spiega uno dei pochi ad aver frequentato le stanze del Colle in questi giorni. «Con le distanze che ci sono tra noi, nulla è scontato, tuttaltro». Tradotto: il Pd di fede renziana non esclude nulla, ma non scommette un euro sulla riuscita dell’operazione. E in ogni caso si prepara ad intavolare un braccio di ferro lungo e defatigante, «in stile Merkel», che ha impiegato sei mesi a scrivere il patto programmatico con gli alleati. Come sempre, le varie anime si posizionano sul campo di battaglia. Insieme a quella di Orlando ed Emiliano, anche quella veltroniana vede di buon occhio un cantiere con i grillini. «Loro questa volta si sono rimpolpati con 4 milioni di voti del Pd e sarebbe una fesseria non dialogarci», sostiene Walter Verini, che con Veltroni costruì la narrazione del Lingotto e che vede un approdo insieme ad una forza che comunque sia ora difende il patto atlantico.

Anche Gentiloni su questo versante, che trova sensibili molti padri del Pd, nella sua modalità felpata si muove. Ieri, ad un convegno insieme a Romano Prodi su De Gasperi, faceva notare che in Parlamento ci si torna a dividere sulla Nato, come avvenuto dagli anni ’50 agli anni ’70 e «chi tocca i pilastri dell’alleanza fa una scelta pericolosa per il paese». Un discorso che agli osservatori è parso come un modo per aiutare il Pd e i grillini a fare un governo sotto l’ombrello atlantico.

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