Può essere l’agognata svolta. Il presidente della Corte suprema del Pakistan, Mian Saqib Nisar ha avocato a sè il caso di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per presunta blasfemia e in carcere dal 2009. Su espressa richiesta dell’avvocato Saiful Malook, legale della donne, Nisar ha annunciato che la Corte suprema esaminerà il ricorso presentato da Asia Bibi, informando che la prossima settimana il supremo tribunale stabilirà la data di un’udienza.

È un’accelerata ai tempi del processo: guardando la vicenda giudiziaria, come finora si è dipanata – caratterizzata da continui rinvii per i motivi più vari, inclusa la paura di deliberare su un caso così scottante – molti temevano si dovesse aspettare ancora molto. Secondo alcune indiscrezioni filtrate dalla cancelleria, il caso potrebbe essere esaminato dai giudici nel prossimo luglio. Ma l’équipe dei legali di Asia spera in una data perfino antecedente.

Incontrando gli avvocati di Asia Bibi, il presidente della Corte ha fatto di più: ha ordinato di ripristinare la scorta a Saiful Malook, che una precedente disposizione generale aveva revocato. Nisar ha detto di conoscere personalmente il caso e l’avvocato di Malook, confermando la deroga per mantenere un apposito servizio di sorveglianza per l’avvocato, più volte destinatario di minacce che volevano indurlo ad abbandonare la difesa di Asia. Anche toccando il tasto della religione: Mallok, infatti, è musulmano.

«Siamo molto felici dell’attenzione del presidente della Corte suprema, il magistrato più alto in grado in Pakistan: è una garanzia di legalità, giustizia e trasparenza», ha detto a Vatican Insider l’avvocato Malook.

«Potremmo esser vicini a una svolta. Il caso di Asia è nelle mani migliori che potessimo sperare, e sarà giudicato con obiettività, equità e correttezza. Siamo perfino emozionati, e la nostra attesa potrebbe essere fra poco conclusa. Chiediamo a tutti i credenti del mondo di intensificare le preghiere. Il calvario di Asia potrebbe essere vicino alla fine, a Dio piacendo», aggiunge Joseph Nadeem, tutore della famiglia della donna e responsabile della Renaissance Education Foundation a Lahore.

Nadeem e il marito di Asia, Ashiq, andranno a visitarla nel carcere di Multan nei prossimi giorni per comunicarle la notizia e infondere coraggio e speranza. «Asia è immersa nella preghiera ed è molto fiduciosa. Avverte che in questo periodo lo stallo potrebbe sbloccarsi. Ha molta fede e una straordinaria forza spirituale», rimarca.

La donna continua a pregare con la corona del Rosario che le è stata donata da papa Francesco, e trova nella preghiera le energie per andare avanti, in un atteggiamento spirituale che non è nutrito dal desiderio di vendetta o dall’odio, bensì dal perdono, che dà pace e perfino gioia alla sua anima reclusa. Un dono che solo Cristo stesso può dispensare a una donna così tanto provata dalla vita.

E mentre Asia è in cella, vittima di false accuse, nella società pakistana, in una nazione che si prepara alle elezioni generali del prossimo luglio, ripetuti atti di violenza contro i cristiani (a Quetta i terroristi hanno sparato e ucciso fedeli innocenti, in due episodi di violenza indiscriminata) generano forte preoccupazione nei leader religiosi.

Il domenicano James Channan, responsabile del “Peace center” di Lahore, rileva che «si vive in un’atmosfera molto tesa: i terroristi stanno distruggendo la pace e i cristiani vivono in uno stato di paura. Come leader cristiani e musulmani, chiediamo giustizia per le vittime, sicurezza per i cristiani poveri e vulnerabili, risarcimento alle famiglie colpite». Uno speciale appello lo si rivolge proprio al presidente della Corte suprema del Pakistan perché «emetta una nota “suo moto” sulle uccisioni mirate di cristiani innocenti a Quetta», spingendo l’esecutivo di Islamabad a prendere adeguate contromisure.

Per condannare gli attacchi e dissociarsi dagli autori, sconfessando quanti abusano della religione per commettere violenza, la commissione nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, in seno alla Conferenza episcopale cattolica, ha riunito nei giorni scorsi leader cristiani e musulmani, ribadendo che le religioni in Pakistan intendono lavorare per la giustizia e l’armonia. «Vogliamo poter vivere nelle nostre case, chiese e scuole in serenità e pace, senza la paura di un attacco mortale. Il governo del Pakistan deve intervenire», hanno dichiarato.

Il mufti Ashiq Hussain, leader musulmano coinvolto nel dialogo interconfessionale, osserva: «I cristiani innocenti uccisi a Quetta sono i martiri della pace e il loro sacrificio porterà un cambiamento positivo nella nostra società. Noi leader musulmani assicuriamo che ogni volta che ci sarà da invocare e lavorare per la pace saremo presenti e sosterremo pienamente ogni sforzo».

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