Per capire chi è davvero un politico, il mio consiglio è di guardarlo in televisione togliendo l’audio. Spegnendolo, proprio. Non sentire cosa il politico dice durante un talk show, solo osservarlo.

Scrutare i suoi gesti, cogliere gli sguardi, le ombre, notare le pieghe inconsulte delle labbra, il tremito delle mani o delle ginocchia. Se il politico parlasse, questi segnali così rilevanti ci sfuggirebbero. Saremmo concentrati a cogliere le parole che dice. L’essenziale, che non sono i discorsi, lo perderemmo.

La macchina della verità dei politici è, secondo me, la televisione. Ma in pochi, tra coloro che la politica la chiamano “mestiere”, lo sanno. Altrimenti, starebbero più attenti.

Da 51 giorni , l’Italia cerca un Governo. E, da 51 giorni, i politici percorrono su e giù la piazza di Montecitorio, e il marciapiede davanti al Senato, da alcune settimane anche la scalinata e la Piazza del Quirinale.

Come?

Alcuni avanzano da soli, altri infilati dentro un gruppetto di colleghi e portaborse.

Sempre attenti a restare miracolosamente al centro.

Il Re Sole e la sua Corte.

Alcuni, la maggioranza, vengono avanti a piedi. Altri in bicicletta, in motorino, o scendono svelti dal taxi. Auto blu pochissime.

E’ interessante guardare le facce dei politici mentre si avvicinano alla meta, cioè all’ingresso di Montecitorio o del Senato o del Quirinale.

Girano impercettibilmente lo sguardo per capire dove si trovano i giornalisti.

Noi non vediamo il contesto, ma è plausibile che, il più delle volte, questo sguardo di ricognizione scopra con rammarico che le telecamere e i microfoni e i telefonini e i taccuini sono assiepati intorno a qualcun altro.

Osservate bene. Il politico in avanzamento rallenta il passo. Frena la giovanile baldanza. Magari si infila la mano in tasca per cercare il cellulare, o si volta per cercare qualcuno (che forse non esiste).

Appena la folla dei cronisti lo nota e si avvicina, il politico indossa un sorriso lieto.

Un sorriso che nulla ha a che fare con la situazione di certo non allegra in cui si trova il Paese. Ma è il tipo di sorriso che gli hanno detto è «rassicurante». Fa parte del pacchetto «onorevole». Lo trovi dentro la tessera di parlamentare eletto.

Finalmente arrivano i cronisti. E il politico scompare felice nella selva. E che fa?

Alcuni sorridono, chinano la testa in un grazioso inchino e sillabano «Grazie, grazie», dopo di che entrano nel portone. Tutti compiaciuti della bella figura appena fatta: discrezione e educazione.

Altri si fermano, prendono un respiro, gonfiano il petto. E parlano. Parlano come se fossero i detentori dell unico Verbo, nel senso del Vangelo. Ma è un piccolo cedimento alla vanità che subito controllano. Alla terza frase di queste interviste in piedi, i politici scuotono la testa, come a chiedere scusa . Allontano la selva dei microfoni che tanto avevano agognato con un gesto veloce della mano. Ma in favore di telecamera.

E poi salutano e si allontano con un passo ancora più svelto e brioso. Che sta a significare «Elettori, io sono uno che lavora per voi, guardate come mi sto dando da fare, come corro al lavoro».

E’ un red carpet che a me sembra tragico, più che triste.

Osservatelo e poi ditemelo.

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