Siamo alle battute finali. Oggi il Capo dello Stato, se le prossime ore non avranno prodotto un risultato, sarà costretto a mettere sul tavolo l’ultima carta a sua disposizione.

Quella che non avrebbe voluto calare: un governo di garanzia. Un obiettivo minimo, ma che consentirebbe almeno al Paese di essere rappresentato al G7 e al Consiglio europeo di giugno – vista la crisi sull’Iran solo degli irresponsabili non ne avvertono l’urgenza – e di impostare una legge di Bilancio che eviti l’aumento dell’Iva. In queste ore sono in corso tre diverse partite, dal cui esito dipende la possibilità di un accordo o lo scioglimento anticipato della legislatura.

La prima è quella dentro il centrodestra, dove ormai siamo al limite dello stalking leghista nei confronti di Silvio Berlusconi. Che dovrebbe sostenere dall’esterno e senza contropartite un governo Di Maio-Salvini. È evidente che il Cavaliere non avrebbe nessuna convenienza a piegarsi, ma ne avrebbe invece moltissima Salvini. Il quale potrebbe in questo modo correre all’abbraccio con il M5S come leader di tutto il centrodestra, forte di una rappresentanza più numerosa del grillino. L’alternativa infatti sarebbe quella di acconciarsi a fare da stampella di minoranza a un esecutivo in cui l’altro socio avrebbe una taglia doppia della sua. Tutto è ancora aperto, compresa la possibilità che Berlusconi vada all’opposizione come fece il Carroccio ai tempi di Monti.

L’altra partita è il gioco del cerino tra le forze populiste per far ricadere su altri la responsabilità dell’ultima follia di una legislatura nata sotto una cattivissima stella: il voto a fine luglio. Di Maio scarica la colpa sulla Lega, che sarebbe rimasta «ostaggio di Berlusconi». La Lega è pronta a prendersela con tutti, con i grillini per il veto su Berlusconi, con lo stesso Cavaliere e persino con Mattarella, che non ha voluto dare a Salvini l’incarico per provare a cercarsi voti in Parlamento. Ma se le prime due in fondo sono baruffe chiozzotte tra comari che cercano di primeggiare, la terza contesa è più seria e dovrebbe preoccupare tutti. Perché è evidente che da stasera, se Mattarella sarà costretto a nominare una personalità di garanzia, dalle forze populiste che hanno preso più voti inizieranno le manovre di assedio al Quirinale. Già le prime avvisaglie non promettono nulla di buono.

L’incontro tra Salvini e Di Maio con l’annuncio di una data delle elezioni – l’8 luglio – senza nemmeno attendere le parole del Capo dello Stato. Giorgia Meloni che definisce un «golpe mascherato» il tentativo di dar vita a un governo neutrale. La capogruppo M5S Giulia Grillo che dice di non avere «nessuna garanzia» su quello che farà il governo del Presidente. Chiamati alla prima prova di responsabilità per tutelare l’interesse nazionale, i giovani leader della rivoluzione italiana danno prova di essere «unfit», ancora non maturi per farsi carico della complessità di un grande Paese. Oltretutto mentre un’Italia indebolita dalla mancanza di governo e di coesione nazionale rischia di soccombere proprio quando si discutono i temi che Lega e M5S hanno agitato in campagna elettorale: dai migranti alla riforma dell’Unione.

Se il governo del Presidente dovesse essere sfiduciato in aula da una maggioranza populista, la crisi da politica diventerebbe istituzionale e coinvolgerebbe anche l’ultima figura che tiene unito il Paese e che ha dimostrato finora di essere un arbitro imparziale. Chi può rifletta bene sulle prossime mosse.