Parlano di errori, di omissioni, di sottovalutazione e superficialità, insomma di «fallimento» nella gestione dei casi di abusi, i vescovi del Cile che hanno concluso ieri, nella città costiera di Punta de Tralca, la loro assemblea plenaria straordinaria convocata proprio per discutere il tema della pedofilia nel clero. Tema divenuto ormai uno snodo fondamentale per la credibilità e la sopravvivenza stessa della Chiesa del Paese sudamericano. 

La Conferenza episcopale, travolta da una bagarre mediatica partita dal viaggio del Papa di gennaio che ha scoperchiato un “vaso di Pandora” rimasto chiuso per decenni su questi crimini, ha pubblicato un corposo documento al termine della sua 116esima plenaria in cui annuncia «decisioni e impegni» riguardo alla lotta agli abusi. Anzitutto i 32 presuli chiedono solennemente e sinceramente perdono alle vittime, per una tutela che spesso è venuta a mancare, per un riconoscimento delle colpe arrivato troppo tardi. 

«I vescovi hanno riconosciuto di aver fallito nei loro doveri di pastori nei casi di abusi sessuali su minori poiché non abbiamo saputo ascoltare, credere, partecipare o assistere le vittime di gravi peccati e ingiustizie commesse da sacerdoti e religiosi. A volte non abbiamo saputo reagire tempestivamente di fronte agli abusi sessuali dolorosi, di potere e di autorità e, pertanto, chiediamo perdono in primo luogo alle vittime e ai sopravvissuti», si legge nel testo della dichiarazione conclusiva – riportata in stralci dal sito specializzato Il Sismografo - illustrata ai giornalisti dal presidente della Conferenza episcopale monsignor Santiago Silva e dal segretario monsignor Fernando Ramos, nominato a giugno dal Papa amministratore apostolico di Rancagua, tra le diocesi cilene più colpite dai casi di abusi.

I presuli esprimono pentimento nei confronti di «coloro che hanno invece accompagnato le vittime, le loro famiglie, che hanno responsabilmente fatto sforzi per cercare la verità, la giustizia, la riparazione e purificazione, così come di fronte alle centinaia di religiosi e laici che ogni giorno danno testimonianza di amore, di misericordia e della redenzione di Cristo e che sono colpiti nel loro ministero a causa degli errori, dei peccati e dei delitti commessi».

«I nostri errori ed omissioni – afferma ancora l’episcopato cileno - hanno causato dolore e perplessità, hanno colpito la comunione ecclesiale e hanno impedito la conversione e minato la speranza. Certo noi non abbiamo mai voluto acuire o provocare danno a nessuno e riconosciamo oggi che alcuni di noi avrebbero potuto essere più attivi e attenti al dolore delle vittime e dei loro parenti nel caso delle triste vicende del passato».

I vescovi hanno quindi assicurato che sono stati già assunti impegni e decisioni «a breve e medio termine, per raggiungere la verità, la giustizia e il risarcimento delle vittime». Fra queste decisioni rientra l’importante nomina del presidente del “Consiglio nazionale per la prevenzione degli abusi e l’accompagnamento delle vittime”: è per la prima volta una donna, l’avvocatessa Ana María Celis Brunet che prende il posto del vescovo di San Bernardo, Juan Ignacio González, che a sua volta assumeva la carica ad interim dopo le dimissioni del vescovo Alejandro Goic, pastore di Rancagua, dimessosi a seguito dello scandalo de “La Familia”.

Contestualmente alla nomina del vertice della Commissione anti-abusi, i presuli hanno annunciato anche la creazione di uno specifico e strategico Dipartimento per la prevenzione e per far attuare e applicare le linee-guida del Consiglio episcopale nazionale. Quelle che loro stessi, ammettono apertamente, «non sempre hanno accolto come era necessario e dovuto». Anche in questo caso è una donna ad essere nominata come direttore esecutivo del Dipartimento, Pilar Ramírez Rodríguez.

Nel documento di fine plenaria si ribadisce inoltre la volontà di rendere agile ed efficace il Protocollo sulla prevenzione degli abusi, di collaborare con il Pubblico Ministero nel fornire informazioni sui preti sotto eventuale indagine, di rinforzare la trasparenza nei confronti dei media e dell’opinione pubblica. In tal senso la Conferenza episcopale cilena annuncia l’apertura di alcuni archivi di denunce, con le dovute cautele sulla privacy, assicurando anche che saranno studiati i tempi di prescrizione legale dei reati in modo da impedire che il trascorrere del tempo inibisca la possibilità di sanzionare i responsabili.

Silva e Ramos hanno infine reso noti i sei “Compromisos”, gli impegni solenni stilati nei giorni di plenaria fra cui spicca quello a «promuovere intensamente la partecipazione dei laici negli ambienti ecclesiali generando ambienti sincerità, franchezza e critica costruttiva, a farlo insieme con altri consacrati, per vivere un’esperienza comunitaria come popolo di Dio». Hanno poi accennato al fatto che nel 2019 sarà elaborato e implementato un nuovo “Protocollo” e un codice di comportamento per tutti i sacerdoti. 

Intanto, per rendere già fattiva la volontà di trasparenza e rinnovamento, in una apposita sezione (“Prevenirabusos”) del sito web della stessa Conferenza episcopale del Cile sono stati pubblicati i dati di 42 sacerdoti e un diacono considerati responsabili di violenze su bambini e adolescenti. Di questi, 17 (dieci diocesani e sette religiosi, in testa padre Fernando Karadima) oltre al diacono, sono stati condannati nell’ambito di un procedimento della giustizia civile. Altri 25, dei quali 15 diocesani e dieci religiosi, sono stati riconosciuti colpevoli dalla giustizia canonica. Nel sito appaiono solo i nomi dei responsabili ma non la pena ricevuta né le circostanze dei reati commessi. In ogni caso, precisano i vescovi, si tratta di informazioni già rese pubbliche dalle autorità. 

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