Ancora storie di indicibile orrore. Ancora preti corrotti che hanno trasformato in normalità le loro perversioni conducendo una doppia vita e usando violenza verso bambini, bambine, ragazzi e ragazze minorenni. Vittime sottoposte ad abusi che si configurano come veri e propri riti satanici, la cui innocenza è stata sacrificata da sacerdoti infedeli: avrebbero dovuto introdurle alla fede, garantendo loro un ambiente educativo sicuro, e invece le hanno attirate nelle loro trappole perverse.

 

Non viene risparmiato davvero nulla dalla lettura delle pagine del report pubblicato dal Grand Jury della Pennsylvania, indagine che descrive abusi avvenuti dal 1947 ad oggi in sei diocesi dello stato americano. Ci sono stati preti che collezionavano peli pubici e sangue mestruale delle loro piccolissime vittime, preti che giustificavano con frasi rassicuranti ai loro agnelli sacrificali le violenze alle quali erano costretti a sottostare. Può essere, come ha fatto notare qualche vescovo, che vi siano pagine del report poco oggettive e in qualche caso sbilanciate. E non si può onestamente non notare che violenze e abusi si sono ridotti drasticamente fino ad arrivare quasi a zero negli ultimi quindici anni, da quando cioè la Conferenza episcopale degli Stati Uniti si è dotata di regole precise per combattere il fenomeno della pedofilia clericale evitando coperture e insabbiamenti e soprattutto mettendo i sospetti in condizione di non nuocere, evitando l'odiosa prassi del silenzio e dei trasferimenti da una parrocchia all'altra.

 

Ma il quadro generale dell'orrore non cambia e riapre una ferita profonda e sanguinante nella coscienza della Chiesa statunitensegià alle prese, nelle ultime settimane, con il clamoroso caso dell'ormai ex cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, accusato di un abuso su un minore quand'era prete ma anche di aver molestato sessualmente per molti anni seminaristi e giovani sacerdoti. Anche se si sta parlando di casi riguardanti il passato, anche se le stesse autorità inquirenti hanno riconosciuto che l'atteggiamento oggi è cambiato, le pagine del report ripropongono la dolorosa domanda: com'è stato possibile? Com'è stato possibile che uomini consacrati a Dio e al servizio del popolo di Dio, abbiano tradito in questo modo perverso la loro vocazione? E come è stato possibile che vescovi e superiori religiosi abbiano girato la testa dall'altra parte, coprendo, giustificando, trasferendo, non ascoltando il grido delle vittime, considerate “nemicheˮ del buon nome della Chiesa. Quando invece il “buon nomeˮ della Chiesa era l'ultima delle preoccupazioni che avrebbero dovuto avere di fronte allo scempio compiuto e alle anime uccise di tanti bambini e bambine innocenti.

 

In queste ore emergono soprattutto tre diversi atteggiamenti. Il primo è quello degli avvoltoi, dei garantisti a giorni alterni: innocentisti per partito preso quando è implicato un amico degli amici o un appartenente al proprio gruppo o schieramento, colpevolisti fino all'osso e pronti a chiedere le dimissioni anche soltanto sulla base del “non poteva non sapereˮ, quando nel mirino (e soltanto nel loro) finisce qualche ecclesiastico considerato vicino all'attuale Pontefice. Ne è un esempio la campagna per le dimissioni del cardinale Kevin Farrell, “reoˮ di aver abitato da vescovo ausiliare con McCarrick per tre anni (insieme ad un altro ausiliare e a tre sacerdoti), portata avanti da siti sedicenti cattolici che quotidianamente e violentemente attaccano Papa Francesco, i vescovi - quelli che a loro non vanno bene - e i fratelli nella fede. Spietatamente colpevolisti con alcuni, ma silenziosamente innocentisti con altri porporati ancora oggi in carica, magari accusati di fatti molto più gravi, ma dei quali non si chiedono le dimissioni soltanto perché considerati “conservatoriˮ.

 

È un massacro quotidiano della realtà dei fatti, quello compiuto dai blogger novelli Savonarola, che giocano le loro quotidiane battagliucce infraecclesiali cercando di concentrare tutta la loro potenza di tiro virtuale contro l'attuale pontificato, con esiti grotteschi. Dimenticano infatti quando e da chi gli attuali vescovi e cardinali nel mirino delle inchieste sono stati nominati e aggregati al collegio cardinalizio. Che qualcosa - anzi molto - nel sistema di designazione dell'episcopato non abbia funzionato è sotto gli occhi di tutti. Che si siano consolidate, in Vaticano e nella Chiesa, lobby potenti - come quella omosessuale - in grado di aiutare e proteggere gli amici degli amici, è un altro dato di fatto. 

 

Ma tutto questo non può essere imputato soltanto ad uno o all'altro Papa. E non è neanche frutto del libertinismo post-sessantottino o post-conciliare: basta vedere le barbarie che venivano compiute già negli anni Cinquanta (il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, convinceva i suoi seminaristi a masturbarlo dicendo di avere avuto per questo un “permesso specialeˮ di Pio XII), come pure i picchi degli anni Ottanta, quando nella Chiesa la crisi post-conciliare era finita. Non stiamo parlando qui di cadute o di sbandate, di peccati umilmente riconosciuti tali da chi li ha commessi. Stiamo parlando di vera e propria corruzione dell'anima: di peccato e perversione assurti a sistema di vita e giustificati dalle menti malate di chi la mattina alzava le mani protendendo verso i fedeli l'eucaristia e con quelle stesse mani il pomeriggio faceva violenza ai piccoli e agli indifesi. E anche se il rimestare negli archivi non potrà non avere come esito una rivalutazione degli ultimi pontificati e delle cerchie di potere che negli anni li hanno accompagnati, ciò che abbiamo di fronte è innanzitutto e soprattutto il frutto del “mysterium iniquitatisˮ. 

 

Un secondo atteggiamento emerso in questi giorni è quello evidenziato dalle sciagurate parole dell'anziano cardinale messicano Sergio Obeso Rivera, il quale ha detto nei giorni scorsi che le vittime di pedofilia che accusano gli uomini di Chiesa «dovrebbero avere un po' di pietà perché hanno una coda molto lunga» e dunque facile da pestare. Come dire: è colpa anche loro. È, questo, un atteggiamento diffusissimo in passato e ancora molto diffuso nella Chiesa. Anche le vittime hanno le loro colpe. Magari hanno adescato i poveri preti malati di solitudine... Sembra la diabolica giustificazione addotta lo scorso luglio da don Paolo Glaentzer, sorpreso in macchina in atteggiamenti inequivocabili con una ragazzina dodicenne. 

 

Questa mentalità “giustificazionistaˮ, che tende sempre a salvare il povero sacerdote “tentatoˮ dalle vittime, sarà lunga da scardinare, perché molto comune in passato e purtroppo ancora oggi. Si sono purtroppo verificati diversi casi di false accuse, e ogni accusato ha diritto a difendersi e a non vedersi giudicato prima che le sue responsabilità siano state accertate. Non c'è dubbio però che un modo di pensare poco equilibrato e sbilanciato in senso innocentista è stato diffusissimo. In questo senso ha ragione chi, come padre Hans Zollner, il gesuita membro della Commissione vaticana per la protezione dei minori, insiste sul fatto che le leggi non bastano se non cambia la mentalitàLa mentalità, fino all'emergere dello scandalo statunitense all'inizio del nuovo millennio, era ad ogni livello quella del proteggere l'istituzione dallo scandalo. Era quella del “lavare i panni sporchi in casaˮ, quando si lavavano e non si lasciavano sporchi. Era quella del salvaguardare i preti accusati, più che le vittime denuncianti, da risarcire eventualmente nel silenzio, mettendo tutto a tacere.

 

Infine, il terzo atteggiamento è quello dei duri e puri, dei pastori che invocando risposte muscolose e norme emergenziali si mettono dalla parte del giusto, di chi ha combattuto una lotta senza quartiere contro questo terribile e diabolico fenomeno. È l'atteggiamento di chi si straccia le vesti confidando soltanto nelle “best practicesˮ anglosassoni, di chi chiede norme sempre più rigorose, con piglio da giustiziere senza macchia e senza paura. Magari pensando così di far passare in secondo piano qualche propria défaillance del passato. È un atteggiamento che nasce anche dalla necessità di affrontare la rabbia e il dolore, naturali e legittimi, delle vittime e del popolo dei fedeli.  Ma l'affidarsi totalmente ed esclusivamente alle norme, alle leggi, ai codici, finisce per ridurre la Chiesa a un'azienda (e in quanto azienda, sottoponibile alle procedure fallimentari): rischio quanto mai presente oggi in tanti settori, compresi quelli delle recenti riforme. 

 

Attenzione: le norme, anche emergenziali, possono essere e sono necessarie. Come pure sarebbe necessario che ogni Conferenza episcopale del mondo avesse la determinazione per darsi in fretta regole certe e precise su come agire, adeguate alle normative di legge vigenti nei diversi Paesi, ma uniformate e finalmente attente nei confronti delle vittime, da accogliere, confortare, aiutare, e non da mettere alla porta o emarginare, come purtroppo accaduto anche in un passato recente (la vicenda del Cile lo attesta). Ma le leggi e le norme non bastano perché il report Pennsylvania dimostra che il passato non passa. Lo scandalo abusi appare una china difficile da risalire, una strada senza uscita, un tunnel senza sbocco. 

 

Come fare, allora, per chiudere con questo doloroso passato e cercare di voltare pagina? C'è sicuramente bisogno di un'assunzione di responsabilità da parte degli abusatori sopravvissuti e di coloro che non ha vigilato in modo adeguato. C'è certamente bisogno di un impegno maggiore da parte delle Conferenze episcopali ed anche di specifiche modifiche del Codice di diritto canonico. Ma c'è urgenza anche di un atteggiamento autenticamente cristiano, di uno sguardo di fede che vada oltre le furberie interessate dei feroci critici del Papa, dei giochi delle vecchie e nuove consorterie di potere ecclesiastico, dell'atteggiamo tutto Law & Order di chi confida soltanto nei codici.

 

C'è bisogno di quello sguardo penitenziale e profondamente cristiano che prima Benedetto XVI e poi Francesco hanno cercato di mettere in campo. C'è bisogno di una Chiesa che non si gonfi il petto per i risultati ottenuti e le best practices applicate, magari puntando il dito sul passato (che non passa e dal quale si può finire per restare schiacciati). Di una Chiesa che non si presenta come la comunità dei duri e puri, di quelli che sono nel giusto e giudicano tutto e tutti, con linguaggi adatti più all'aula di Perry Mason che alla comunità cristiana. 

C'è bisogno di una Chiesa che - tutta - si riconosca mendicante di penitenza e misericordia, che chieda perdono e ascolti il grido di dolore di chi ha subito questi crimini. C'è bisogno di una Chiesa - e la Chiesa non è fatta soli dai cardinali, vescovi e preti - che faccia propria la ferita aperta del peccato, e del peccato divenuto corruzione satanica, cosciente che la forza per rimarginarla e per risollevarsi non potrà mai venire da sé stessa, dalle proprie bravure, dai propri progetti, dalle proprie riforme. Ma solo dalla coscienza vivificata dell'essere peccatori in cammino, e per questo umili e bisognosi di tutto. Bisognosi della grazia, della mano del Maestro che sollevi perdonando “settanta volte setteˮ. C'è bisogno di cristiani che di fronte all'abominio dell'abuso sui minori non si mettano in cattedra, non si ergano a giudici e non se ne lavino le mani, coscienti che l'attacco più forte contro la Chiesa non arriva da lobby o potentati esterni, ma dal peccato dentro la Chiesa, come ebbe a ricordare - inascoltato in primis dai sedicenti ratzingeriani - Papa RatzingerE come fa oggi il suo successore Francesco, invitando alla penitenza e al digiuno tutto il popolo di Dio.

LEGGI ANCHE: Il Papa scrive al popolo di Dio: abbiamo abbandonato i piccoli

I commenti dei lettori