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T COME TRAUMA

Dal greco: τραῦμαe, ancora più arcaico,dal sanscrito: “tarâmi”.

Di Rosella Corda (PhD Filosofia e Storia)

Con la T ci ritroviamo quasi sul punto di chiudere un discorso cominciato settimane fa, quando inaugurammo lo spazio di questo abece-diario del quotidiano con il suo ordine sparso e a tratti improbabile. La sfida era tentare una riflessione, che richiedesse tempo e pazienza, in un contesto di abitudini in cui, invece, si consuma tutto in grande fretta, possibilmente senza pensare troppo – ovvero senza soffermarsi. Un esperimento condotto evitando appigli altisonanti, che scadessero poi in un outlet delle“grandi firme”, come talvolta accade quando si fa divulgazione, riservandoci tuttavia, in deroga allo stile prescelto, l’eccezione di riferirci ad alcuni nomi decisivi, capaci di fornire se non altro un indirizzo interpretativo in quello che è il caos della produzione filosofica – da intendersi più come un multi-verso di ricchezze ridondanti che non come un uni-verso lineare e coerente, di idee montate in una successione cronologica. Eccezione che significa una posizione fondamentale: se la scrittura è solitudine, di certo non è isolamento. Da soli ci si può concentrare meglio, ma senza una comunità di pensiero quale cornice e tavolozza, ci si concentra sul nulla: senza strumenti e senza contesto.Non abbiamo tracciato linee o collegamenti, ma mulinelli. Non ci interessava  marcare segmenti e costruire tratti di strada, ma lanciare parole come sassi in uno specchio d’acqua.

E tra un movimento e l’altro, provocando le parole scelte, ci siamo portati avanti – a tratti. Ci sono movimenti discreti e movimenti continui. Ma come si va avanti? Spesso si pensa che andare avanti significhi appunto una sorta di più o meno facile continuità, di più o meno serrata trama di coerenze. Ma se si guarda al turbamento della delicata superficie di uno specchio d’acqua quando si gioca al lancio dei sassi, si può avere idea delle variazioni, delle rifrazioni, delle modulazioni che possono accadere in una continuità interrotta da un fuori. Fino a immaginare di non essere altro che una stessa piega d’acqua su di una superficie più ampia e più spessa che ci ingloba e ci fa accadere quale sasso di un gioco più grande, che non contempla né vittorie né sconfitte, né perdite né guadagni, ma solo trasformazioni.Andare avanti è uno sforzo che richiede capacità di trascendere, resistenza, ostinazione. Tutte pose dello spirito ereditate, in una lunga filogenesi, dalle posizioni evolutive assunte da un corpo dotate di grandi astuzie. La “verticalità”, prima di essere una geometria morale, è una conquista della posizione eretta di un uomo che, tuttavia, seguita a claudicare. La verticalità, intesa come capacità di guardare-oltre, scrutare il campo, studiare nuove chance di adattamento, richiede plasticità al disadattamento. Non c’è trascendimento che non sia anche un profondo disallineamento. Questo inevitabile ostacolo è il sasso nello stagno, il fuori-che-ci-accade, il fuori che siamo che ci fa stagno e sasso. In una prospettiva per certi aspetti edulcorata parliamo di T come Trauma. In vista dello Zenit. Il punto più alto. Non si può andare avanti se non si ha il senso della fine e se non si ha il senso del nuovo inizio. Non si può guardare-oltre se non si è guardato in basso. Non si può dare seguito a qualcosa se non si coglie, nell’interruzione stessa, il piacere della ripresa. Mai identica. La parola “trauma” viene da molto lontano, dal greco: τραῦμαe, ancora più arcaico,dal sanscrito: “tarâmi”. La radice “tar-tra”, che abbiamo più volte incontrato nelle molte parole non casualmente richiamate in questa rubrica, indica movimento e passaggio, qui nel senso però dell’accadere violento di un contro-tempo. Non a caso, in greco la parola “trauma” significa “ferita”. Ma significa ferita in virtù dell’interruzione, della separazione e della caduta che comporta nel suo presentarsi. Nella sintassi di una vita, il trauma è il “punto”. Ma anche un punto di sutura. È ciò che consente, nella sua evenemenzialità, la transizione da un prima a un dopo – posto che ci si affidi a un andare avanti che non confidi nella continuità placida delle cose, ma si faccia forza della sconfitta stessa arrecata dall’evolversi delle cose. Una sconfitta dell’Ego che non necessariamente debba rivelarsi una sconfitta del Sé, in questo tempo discreto che danza di continui cambiamenti e continui sommovimenti. Di trauma in trauma, un po’ come di meraviglia in meraviglia. Ombrelli su di una macchina da cucire e danzatori sufi tarantati nei sud del mondo.

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