11 febbraio 1929 - 11 febbraio 2018 A colloquio con Carla Corsetti, segretario nazionale di Democrazia atea: «Abbiamo aderito a Potere al popolo perché hanno inserito nel programma elettorale la nostra proposta di abolizione del trattato di Mussolini con la Chiesa. Affondano qui le radici dei “mali” socioculturali dell’Italia»

La xenofobia della Lega e di Forza Italia (con Berlusconi che parla impunemente di «mezzo milione di africani in giro a delinquere»). Formazioni minori più o meno dichiaratamente fasciste come Forza nuova e CasaPound che si guadagnano i riflettori mediatici e propagandano liberamente le loro idee xenofobe e razziste. E poi ancora, il candidato governatore leghista alla Lombardia che parla di razza italiana in pericolo. Insieme alla scarsa indignazione dell’opinione pubblica, sono i segnali più recenti della scarsa memoria – o conoscenza – che la politica italiana ha di quello che fu il Ventennio in termini di lesione dei diritti più elementari. Con questo desolante scenario sullo sfondo la Giornata della memoria ha assunto un significato particolare. Ancor di più se si pensa che cadono nel 2018 gli 80 anni dal Manifesto della razza e delle leggi razziali di Mussolini che contribuirono all’Olocausto. Per cercare di capire come siamo arrivati a questo punto abbiamo rivolto alcune domande a Carla Corsetti, segretario nazionale di Democrazia atea (nb. al momento dell’intervista non c’era ancora stato l’attentato terroristico fascista di Macerata e relative reazioni).

Carla Corsetti che ne pensa?

Penso che siano tutti sintomi di un deficit culturale che non riguarda solo la politica. Viviamo in un Paese che ha dimenticato la sua storia e che nega il presente. Un presente che è nella società multiculturale che vediamo quotidianamente nelle scuole, negli asili, al supermercato. Ovunque. Per questo dico che il razzismo, manifesto o strisciante che sia, è un problema che va oltre la politica e riguarda la cultura. Una cultura che è conoscenza della storia e che comporta il rispetto della dignità umana. Certo, la politica in questo momento ha delle responsabilità enormi. Non sapendo dare risposte concrete, cavalcando l’onda xenofoba, e favorita dal vuoto di ideali e di ideologie, non solo a destra, ha scatenato una guerra tra poveri. Una misera politica che per mero calcolo elettorale parla al ventre molle del Paese e indica come colpevoli della crisi i migranti.

La sinistra non sembra più avere la forza necessaria per contrastare queste derive. Nelle periferie urbane ma anche in storiche regioni “rosse” avanza la destra se non all’estrema destra. Come mai?

C’è un fascismo che serpeggia nelle classi sociali in difficoltà economica. Ma c’è una forma ancora più grave che è il fascismo finanziario. Se ne sono fatti portavoce quei gruppi di potere che negli anni recenti hanno attaccato le storiche conquiste sociali nell’ambito del lavoro e dei diritti. Tra questi c’è il Pd. Il fascismo finanziario è l’altra faccia della stessa medaglia su cui campeggiano CasaPound e Forza nuova. Costoro rappresentano l’aspetto manifestamente violento e non è un caso che nessuno prenda concreti provvedimenti per fermarli. Ad esempio agendo sui flussi di denaro con cui si finanziano.

Si è arenato in Senato ma un tentativo c’è stato con la “legge Fiano”, no?

Con quella proposta il Pd ha concentrato l’attenzione sulla violenza di questi movimenti. Che è l’espressione percepita immediatamente dall’opinione pubblica. Ma ha anche tolto il fascismo finanziario dai riflettori.

Però il problema di CasaPound e Forza Nuova è reale.

A causa delle difficoltà economiche provocate dal fascismo finanziario, queste espressioni politiche diventano per alcuni ragazzi senza prospettive culturali, senza strumenti, senza futuro e senza alcuna capacità di costruirselo, un’occasione di ribellione e una illusione di riscatto.

Il 27 gennaio si è celebrata la Giornata della memoria. Mussolini promulgò le leggi razziali dando all’Italia un ruolo chiave nell’Olocausto. E prima ancora c’era stata la campagna d’Africa e lo sterminio della popolazione etiope. Come si può recuperare la memoria di questi fatti storici e tradurla in conoscenza, in impegno civile?

Bisogna ripartire sicuramente dalla scuola. I programmi sono privi di questi riferimenti. I ragazzi non sanno cosa sia stato il fascismo. C’è una carenza inaccettabile a livello ministeriale, nessuno si preoccupa di come declinare per le generazioni future le competenze rispetto ai diritti, all’antifascismo, alla Costituzione.

Mussolini è anche il firmatario dei Patti lateranensi (l’11 febbraio del 1929) con la Chiesa. Al primo punto del vostro programma politico ne chiedete l’abolizione. Ce ne può parlare?

Abbiamo sempre sostenuto che non dovessero essere inseriti nella Costituzione. La differenza tra democrazia e teocrazia passa per i Patti. L’Italia è una teocrazia di fatto. Gli italiani non si percepiscono autonomi sotto il profilo democratico a causa di questo accordo internazionale che dovrebbe essere stracciato. La deriva e l’ingerenza teocratica nella vita quotidiana e nella politica non è avvertita e di questo sono responsabili i media e certi politici, con i loro costanti riferimenti alla teocrazia confinante. Che si tratti di un altro Stato non viene percepito, che si tratti di uno Stato teocratico e di una monarchia assolutista non viene percepito. Basti pensare agli esponenti di sinistra che non si fanno scrupolo di prendere come riferimento Bergoglio: un peronista, ultra conservatore di destra e detentore del potere assoluto che gli è stato attribuito da una setta cattolica di soli uomini. E per costoro nemmeno conta che questo gesuita stia veicolando la teoria del popolo.

Vale a dire?

Basta ascoltare i suoi discorsi fino in fondo. Bergoglio vuole eliminare le “differenze”, cioè la lotta di classe, per sostituirla con l’alleanza tra le classi di matrice corporativista e fascista. È un messaggio che sta veicolando anche attraverso la sinistra italiana e nessuno approfondisce più di tanto.

Nel vostro programma si parla di Stato ateo, in che senso?

Noi siamo non per l’ateismo di Stato che è un crimine contro l’umanità, ma per uno Stato ateo: le istituzioni devono essere immuni da pregiudizi politici, razziali, sociali e religiosi. È questa la finalità di Democrazia atea, che si fonda sul principio di libertà dalla oppressione religiosa, di uguaglianza e pari condizioni. Anche l’imposizione di una religione, come accade con i Patti lateranensi e l’articolo 7 della Costituzione, è inaccettabile. Ma le religioni e il pensiero non religioso sono manifestazioni umane che una società democratica deve saper tutelare.

Alle Politiche 2018, Democrazia atea ha deciso di aderire alla coalizione di Potere al popolo, come mai?

Nel loro manifesto c’è una sostanziale assonanza con il nostro programma politico. Con una sola differenza. Mancava l’abolizione dei Patti lateranensi. Per entrare nella coalizione di Potere al popolo abbiamo posto questa come condizione. E loro l’hanno inserita. Siamo riusciti a far entrare nella campagna elettorale l’abolizione dei Patti di Mussolini con la Chiesa cattolica. Per quanto ci riguarda, la nostra battaglia politica è già vinta.

 

Scrivevo già per Avvenimenti ma sono diventato giornalista nel momento in cui è nato Left e da allora non l'ho mai mollato. Ho avuto anche la fortuna di pubblicare articoli e inchieste su altri periodici tra cui "MicroMega", "Critica liberale", "Sette", il settimanale uruguaiano "Brecha" e "Latinoamerica", la rivista di Gianni Minà. Nel web sono stato condirettore di Cronache Laiche e firmo un blog su MicroMega. Ad oggi ho pubblicato tre libri con L'Asino d'oro edizioni: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro (2010), Chiesa e pedofilia, il caso italiano (2014) e Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015); e uno con Chiarelettere, insieme a Emanuela Provera: Giustizia divina (2018).