Egitto, ancora 15 giorni di carcere per Amal Fathy. Campagna per sua liberazione continua

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Estesa di altri 15 giorni la detenzione per Amal Fathy, la moglie di Mohamed Lofty direttore della Commissione egiziana per i diritti  umani arrestata lo scorso 11 maggio al Cairo.
La donna continua a pagare con la privazione della libertà la ‘colpa’ di essere sposata con un consulente della famiglia di Giulio Regeni.

La Corte Suprema per la sicurezza dello Stato ha prolungato ieri la sua prigionia nell’attesa di ulteriori indagini per le accuse di appartenenza a un’organizzazione illegale e diffusione di notizie false. A confermarlo l’avvocato di Fathy, Hazey Mohamed.

Amal, che è un’attivista impegnata nella difesa dei diritti delle donne, aveva realizzato un video sulle molestie sessuali che subiscono le egiziane e per questo lo scorso 29 settembre è stata condannata a due anni di carcere e al pagamento di una multa per “diffusione di notizie false”.

La giovane aveva descritto nel filmato come fosse stata molestata sessualmente durante una visita alla sua banca e aveva criticato l’incapacità del governo egiziano di proteggere le donne.
Due giorni dopo il post, poco prima dell’alba, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua casa e l’hanno arrestata insieme a suo marito e suo figlio, entrambi successivamente rilasciati  grazie alla doppia nazionalità, egiziana e svizzera.
In un secondo momento la Fathy è stata accusata anche di “appartenenza a un’organizzazione illegale”, reato che può farle rischiare l’ergastolo.

Per sostenere Amal è partita una campagna animata dal collettivo “Giulio Siamo Noi”, su sollecitazione di Paola Deffendi, mamma di Giulio, e dell’avvocaro Alessandra Ballerini. Articolo 21, insieme a Amnesty e alla Fnsi, dall’arresto della giovane ha deciso di dedicare la scorta mediatica, nata un anno fa per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni, anche alla richiesta di libertà per Amal Fathy.
Un supporto continuo, che ogni mese rinnoverà appello per Amal e sosterrà Mohamed, impegnato a difendere con coraggio e determinazione sua moglie.

Lotfy non aveva potuto seguire l’udienza che si era conclusa con la sentenza di condanna e all’esterno del tribunale aveva sottolineato quanto quel verdetto “spaventoso” contenesse un messaggio per ogni molestatore “che chiunque  possa “ritenersi libero di insidiare le donne senza temere punizioni”. Ma anche un monito per ogni vittima di molestie: se si parla, si denuncia, si rischia di essere imprigionata.
Un report delle Nazioni Unite pubblicato nel 2013 rilevava che il 99% delle egiziane riferiva di aver subito qualche forma di molestia sessuale. Non a caso il Cairo, secondo un sondaggio del 2017 realizzato dalla Reuters, è la “megalopoli più pericolosa al mondo per le donne”


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