In Cina e Asia – Greenpeace: i governi locali veri colpevoli della contaminazione del suolo

In Notizie Brevi by Alessandra Colarizi

Gli sforzi messi in campo dalla Cina per combattere l’inquinamento del suolo sono ostacolati dai governi locali e dalla loro dipendenza dalla vendite di terreni come fonte di guadagno. A sostenerlo è uno studio congiunto di Greenpeace e dell’Università di Nanchino, secondo il quale “le città cinesi fanno molto affidamento sulle imposte sul trasferimento della terra per generare entrate e hanno un chiaro incentivo a riqualificare terreni con rapidi turnaround”. L’inquinamento del suolo è una delle maggiori sfide ambientali della Cina e – secondo un’indagine governativa del 2014 – coinvolge quasi un quinto della superficie agricola del paese. Nel 2018, il trasferimento dei diritti di sfruttamento del territorio ha portato nelle casse dei governi locali 6,5 trilioni di yuan (968,53 miliardi di dollari), ma solo 7,75 miliardi di yuan sono stati spesi per il trattamento degli appezzamenti contaminati, appena il 7% dei guadagni totali dello scorso anno. Lo studio rivela che il 41% della contaminazione del suolo cinese va imputata alla produzione chimica. Ma la varietà delle sostanze inquinanti rende anche più difficile l’identificazione di soluzioni [fonte: Reuters]

L’incendio di Notre Dame risveglia il nazionalismo del web cinese

Come un po’ in tutto il mondo anche in Cina negli ultimi giorni la discussione sul web è stata monopolizzata dall’incendio di Notre Dame. I toni, tuttavia, in diversi casi si discostano notevolmente dal rancore condiviso alle nostre latitudini. Per parte degli utenti infatti la sorte toccata alla cattedrale parigina è una specie di “ricompensa” per il saccheggio del vecchio Palazzo d’Estate di Pechino perpetrato dalle truppe anglo-francesi nel 1860 per vendicare la tortura e l’esecuzione di due inviati britannici. “Onestamente, mi dispiace che l’opera architettonica di 800 anni fa sia stata incendiata ed è una perdita per tutta l’umanità, ma mi è difficile simpatizzare con il popolo francese”, scrive un utente su Weibo in un post che ha totalizzato oltre 23mila like e 7500 commenti. Sullo stesso spartito l’ufficialissima Xinhua che invita a ricordare la sorte toccata al cosiddetto Yuanming Yuan in un editoriale poi rimosso dalla rete. Spesso il ricordo dell’umiliazione inflitta dalle potenze imperialiste riaccende il nazionalismo che cova nelle nuove generazioni cinesi e che il governo ha dimostrato di saper strumentalizzare, anche se non sempre con pieno controllo [fonte: Scmp]

Nominati i primi vescovi scelti dal Vaticano

Per la prima volta dalla sigla dell’accordo di settembre , il governo di Pechino ha riconosciuto due vescovi precedentemente selezionati dal Vaticano. Secondo Ucanews.com e Asianews.it, si tratta di padre Anthony Yao Shun, eletto vescovo di Jining (Mongolia Interna) il 9 aprile, e padre Stephen Xu Hongwei della diocesi di Hanzhong, nella provincia dello Shaanxi, nominato vescovo coadiutore l’11 aprile. In entrambi i casi, l’elezione – avvenuta in due hotel alla presenza dei funzionari locali a rimarcare la natura politica della scelta – non è stata confermata ufficialmente dalle autorità né è stata ancora organizzata una cerimonia di insediamento. La comunità cattolica ha accolto la notizia con cauto ottimismo. La firma dell’intesa tra Pechino e la Santa Sede non, infatti, è bastata a dissipare dissipare i sospetti nei confronti delle reali intenzioni del governo comunista. Negli ultimi mesi diversi vescovi sono stati costretti a riconoscere l’Associazione patriottica – che dallo scorso ottobre è guidata da un’ex rappresentante della chiesa sotterranea – mentre recentemente tre membri della comunità di Xuanhua, nello Hebei, sono stati arrestati senza formali accuse [fonte: Scmp]

Il CEO di JD di nuovo sotto accusa

Quasi quattro mesi dopo aver sporto invano denuncia penale, la studentessa dell’Università del Minnesota che lo scorso agosto aveva accusato di stupro il CEO di JD, Richard Liu, nella giornata di ieri ha intentato causa civile presso il tribunale della contea di Hennepin, Minneapolis. Secondo i documenti analizzati dalla Reuters, la vittima avrebbe richiesto un risarcimento di oltre 50mila dollari. I capi d’accusa sono sei – dall’aggressione alle percosse – e coinvolgono “in modo indiretto” anche l’azienda dal momento che il miliardario ha agito mentre era “apparentemente” in attività lavorative. Secondo la legge del Minnesota Liu rischia fino a 30 anni di cercare [fonte: Reuters]

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