9 Maggio 2019

Viva il lavoro

di Riccardo Girotto

Qualche anno fa la domanda di lavoro attraversava un periodo difficile, da anni non trovava pace, stabilità, ma nemmeno stimolo. La domanda di lavoro si trovava costretta a cavalcare rapporti sporadici, saltuari, niente di serio insomma. In realtà taluni invidiavano la domanda di lavoro, perché una relazione fissa, tipica dei rapporti tra domanda e offerta di lavoro degli anni che furono, non regalava brividi, emozioni e libertà; ma soprattutto non stimolava le tipiche coppie composte da domanda e offerta a mantenere vivo l’interesse reciproco.

L’opinione dei più conservatori, per contro, spingeva verso relazioni solide tra domanda e offerta, tipiche dei “rapporti pubblici”, la cui definizione non si limitava a qualificarne il godimento alla luce del sole, dove l’unione era un valore e alle parti non passava per la mente l’interruzione dello splendido idillio. Un unico amore per sempre, che univa la domanda e l’offerta di lavoro anche nei momenti difficili senza poterle separare, a rischio routine. In questo lungo periodo la rottura di un rapporto d’amore sarebbe stata il più delle volte reintegrata in modo forte.

Passato il periodo delle unioni forti, infatti, dove addirittura l’offerta di lavoro si prodigava in romantiche serenate pur di incontrare la domanda giusta, spesso senza esito alcuno, si era creato un difficile periodo di crisi dei rapporti di coppia, con evidenti ripercussioni su tutte le domande di lavoro, che single non volevano rimanerci. Le domande di lavoro, insomma, erano stanche di collezionare due di picche. Nemmeno le agenzie matrimoniali più qualificate degli head hunters scongiuravano questi rischi, tanto che nacquero agenzie propense a somministrare amore, da una parte considerate un valido aiuto, dall’altra dei favoreggiatori di prostituzione.

Vi furono quindi 2 momenti successivi di essenziale lotta: uno chiamato “love’s act”, connotato da una forte incentivazione dei rapporti brevi ma profondi, dove la domanda e l’offerta si incontravano sempre ma solo per periodi brevi, fugace soddisfazione lontana dall’amore profondo; l’altro nato dal nobile scopo di donare Dignità ai matrimoni tra la domanda e l’offerta, finito però per riscontrare che alcuni di questi risultavano, ahimé, combinati. In modo particolare, questo secondo momento scontava un irrigidimento tale delle relazioni che finiva per produrre l’effetto contrario a quello sperato: domande e offerte rimanevano isolate per paura di innamorarsi. Del resto un matrimonio senza amore avrebbe generato una separazione dai costi imprevedibili.

In modo particolare, Love’s act stimolava una relazione ad amore crescente, dove il vincolo sentimentale vedeva incrementare il proprio valore con il tempo, impennando il costo delle separazioni in proporzione al tempo di durata dell’unione. Eppure nel nostro Paese la misura dell’amore non può determinarsi unicamente dal tempo dell’unione, ci vuole qualcosa di più, deve necessariamente individuarsi il motivo del distacco passionale. Cosa anomala, però: il valore dell’amore tra le parti, per il futuro, dovrà essere valutato da un terzo. L’esperienza di coloro che furono innamorati non potrà più valorizzare il risarcimento.

La guida delle tortuose relazioni tra la domanda e l’offerta di lavoro verrà ora assunta dall’amore per cittadinanza, lettura sentimentale delle crisi di coppia, che rischia però di offrire un motivo per restare single, promuovendo una domanda di lavoro che resta single per scelta. Almeno fino a successive misure correttive che riportino l’amore per tutti.

Sembra chiaro che, anche a distanza di anni, imporre l’amore dall’alto non porti a risultati certi, da sempre l’amore libero e incondizionato crea più stabilità per i rapporti corrisposti, ma anche più opportunità per gli eterni single … per scelta.

Viva l’amore.

 

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