Ascoltare tutti“, “Aperti a tutti“. A scrivere sembra la stessa mano, ma i messaggi arrivano da mittenti diversi: da una parte il segretario della Lega Matteo Salvini e dall’altra il capo politico del M5s Luigi Di Maio. E in quel “tutti” ci sono anche loro, soprattutto mentre entrambi parlano dei presidenti delle Camere. L’elezione di chi guiderà le assemblee di Montecitorio e Palazzo Madama potrebbe essere un punto di partenza nel dialogo tra i partiti che potrebbe fare da seme da innaffiare anche verso la composizione di una maggioranza di governo. Un passaggio strettissimo, ma anche su questa ipotesi punta (secondo alcune fonti da prima delle elezioni) il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nella Prima Repubblica, dal 1976 in poi la maggioranza di governo del centrosinistra affidò la presidenza della Camera al Pci, in modo da coinvolgerlo nella gestione delle Istituzioni. Dalla Seconda Repubblica, con il maggioritario, si è tornati a far coincidere la maggioranza di governo con quella che sceglie le due presidenze. E nel 2013 Bersani da presidente incaricato, proprio con le candidature di Pietro Grasso e Laura Boldrini tentò di aprire un dialogo con M5s, anche per un eventuale appoggio esterno o un via libera a un governo di minoranza. Come risposero i Cinquestelle, tuttavia, lo sanno tutti.

Così sui giornali emergono e riaffondano e di nuovo tornano sopra il pelo dell’acqua i nomi dei possibili candidati e dei possibili schemi. La più quotata dice che una delle Camere andrà al centrodestra e l’altra al M5s. “Per le presidenza di Camera e Senato sarà nostro dovere incontrare e ascoltare tutti” dice Salvini. E a chi gli chiedeva se fosse contrario ad affidare una presidenza ai Cinquestelle ha risposto: “Perché dovrei essere contrario?”. Naturalmente il leader del Carroccio parla rivendicando la responsabilità di chi ha vinto, nel senso di può contare ha il numero più alto di seggi (il centrodestra). “Sarà mio dovere chiamare tutti i segretari – ha spiegato Salvini – per proporre una gestione condivisa, democratica e rispettosa del del voto popolare. Vediamo se gli altri hanno nomi e cognomi, io non parto da nomi e cognomi ma parto dalla scelta degli italiani di domenica”.

Dall’altra parte c’è Di Maio: “Noi per le individuazione delle presidenze delle Camere siamo aperti a tutte le forze ma chiaramente pretenderemo il riconoscimento del voto degli italiani che ci hanno indicato come prima forza del Paese”. Già all’indomani del voto Danilo Toninelli, scelto proprio ieri come capogruppo M5s al Senato, spiegava che i Cinquestelle vogliono che “i due presidenti siano di garanzia e noi presenteremo una rosa di nomi”. In questo dibattito si era inserito anche Renato Brunetta, per Forza Italia: “Non essendoci una maggioranza, le presidenze delle Camere non potranno appartenere entrambe allo schieramento dei vincitori. Verosimilmente, una andrà alla componente più orientata a sostenere, esplicitamente o implicitamente, programma e governo di centrodestra. Penso soprattutto al Pd”.

Il totonomi per Camera e Senato
Per ora, però, non girano nomi di garanzia come dice Danilo Toninelli. Anzi, i giornali parlano perfino del suo, come possibile presidente del Senato e a quel punto l’aula della Camera sarà presieduta da un esponente del centrodestra. Per succedere a Piero Grasso gli altri nomi che si fanno sono quelli di Paolo Romani (Forza Italia, ma ben visto anche dalla Lega e dialogante anche col Pd, quindi con chance di farcela presto nelle votazioni che partiranno a fine mese), di Emma Bonino (che potrebbe raccogliere un pacchetto di voti trasversale, ma non si capisce quanto sostenuta dalla Lega), mentre si parla di quotazioni al ribasso per Roberto Calderoli, che negli ultimi 17 anni è stato per 10 il vicepresidente a Palazzo Madama e conosce molto bene i regolamenti.

Alla Camera, dove è più probabile che venga eletto un presidente in quota M5s (e a quel punto il Senato andrebbe al centrodestra), per il momento le indicazioni vanno verso un esponente che già conosce da dentro le istituzioni (il deputato Roberto Fico, già presidente della commissione Vigilanza e ritenuto capo di una corrente più movimentista rispetto alla linea di Di Maio) e chi, invece, per lavoro è stato abituato a confrontarsi con tutti, cioè l’ex direttore di SkyTg24 Emilio Carelli, che per 23 anni ha lavorato in Fininvest e poi in Mediaset, quindi con numerosi contatti dentro Forza Italia. Le alternative, remote, sono quelle di Mariastella Gelmini e Dario Franceschini, anche se sembra complicato che il Pd possa venire “premiato” peraltro proprio con un ministro uscente oltre che figura molto in evidenza negli anni dei “governi di Renzi”. Ma i democratici non sembrano voler rinunciare: “Visto che dalle elezioni sono uscite due formazioni vincitrici (centrodestra e M5s), e una, quella sconfitta, che ha annunciato la sua ferma intenzione di stare all’opposizione, logica vorrebbe che una presidenza toccasse a noi. Bisogna vedere: se ci dicessero ‘Vogliamo riconoscere al Pd una presidenza in quanto forza di opposizione‘, registreremmo l’offerta. Sarebbe una scelta intelligente per chi la propone. Ma certo è che noi non domandiamo nulla”. Per prassi, eventualmente, una presidenza data al Pd significherebbe una “disponibilità” dei democratici a far partire un governo senza di loro, a guida M5s o centrodestra che sia.

Toti: “Salvini: no a pastrocchi, meglio un governo del presidente”
Il fatto che le votazioni sui presidenti saranno – giocoforza – incrociate, fa ragionare qualcuno anche sull’ipotesi respinta da Salvini, Di Maio e dalle rispettive “basi” (attivisti e dirigenti), cioè una collaborazione tra i due partiti usciti vincitori dalle urne. Giovanni Toti, per esempio, avverte Salvini: il suo primo governo, spiega al Foglio, “non può nascere con un pasticcio: io gli auguro di farcela, lo vedo determinato, impegnato. Ma adesso lui o trova la quadra vera, sul programma, e certamente non con il M5s, o altrimenti è meglio lasciar perdere. E puntare a un governo istituzionale“. La legislatura deve partire e un governo va fatto, “ma che sia un governo di ‘tutti dentro’ o ‘tutti fuori'”. L’idea è un governo tecnico o del presidente, di larghe intese, “con la più ampia rappresentanza parlamentare possibile”.

Rosato: “Lega e M5s simili, governino insieme”
Dall’altra parte c’è il Pd che continua a rimanere chiuso, nel suo lutto si potrebbe dire. “Nessuna paura di tornare alle urne – ribadisce Ettore Rosato, capogruppo uscente alla Camera – Nostro dovere è stare all’opposizione. Le forze che hanno vinto le elezioni, e che hanno programmi e toni comuni (Lega e M5s), spiegheranno ai loro elettori perché, pur avendo i numeri, non avranno voluto governare”. Insomma: “Chi ha i numeri, se non vuole governare deve spiegarlo poi ai suoi elettori se non lo fa. I numeri consentono di governare a forze che hanno programmi e toni molti simili, come M5s e Lega“. Una linea che sarà confermata lunedì: “A me sembra che questa sia la linea condivisa completamente all’interno del partito, tranne qualche piccola eccezione. Non mi pare che ci sia una discussione sul fatto che abbiamo la responsabilità e il dovere di stare all’opposizione”.

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