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Tutti contro tutti in un M5s su cui incombe l'assenza di Grillo

Salvatore Merlo

I rimpalli tra Raggi e Di Maio su Lanzalone, il mistero del capocomico a Roma e l’imbarazzo per Casaleggio

Roma. Solleva il mento con un gesto ambiguo. Poi: “Il signor Grillo?… No non c’è”, risponde il concierge, rispettoso e un po’ inclinato. Neanche i militari di fronte all’Hotel Forum, l’albergo dalla vista mozzafiato con la sua terrazza spalancata sulle imponenti rovine romane, sanno niente. Eppure era atteso a Roma, Beppe Grillo. Dicono che dopo aver letto ieri mattina sul giornale della cena tra Davide Casaleggio e l’avvocato Lanzalone, adesso ai domiciliari, dopo averli immaginati seduti a tavola a parlare di posti di potere come due compari, pare che il vecchio capocomico sia rimasto così, con l’espressione di chi ha dei peli dentro la bocca e non riesce a scacciarli. E infatti mentre lui faceva post sugli algoritmi e sul futuro dell’intelligenza artificiale, mentre spingeva la sua fantasia fino a immaginare il parco giochi dell’Ilva, un mondo irreale e visionario, pieno di ricchezza per tutti ed energia pulita, ecco che il figlio furbacchione del suo vecchio amico Gianroberto, con i piedi invece ben piantati a terra, impastava a piene mani nelle faccende della Cassa depositi e prestiti in un ristorante di corso Vittorio Emanuele. E lo faceva con l’avvocato Lanzalone, che poche ore prima d’essere arrestato per corruzione se ne stava sospeso tra l’ambizione di essere spinto dai Cinque stelle alla guida della Cdp, la cassaforte delle partecipazioni statali, e la delusione per non essere stato nominato presidente del Consiglio al posto di Giuseppe Conte.

  

Vittime della loro stessa retorica, sopraffatti dai dèmoni incongrui del giustizialismo da loro stessi evocati, tutti i protagonisti di questa vicenda, Grillo e Casaleggio, Virginia Raggi e Luigi Di Maio, adesso ondeggiano e periclitano, si tormentano, sbarrati in un silenzio nervoso che li allontana gli uni dagli altri, ciascuno chiuso in un suo guscio guardingo per via delle spacconate telefoniche di Luca Parnasi, l’imprenditore accusato di associazione a delinquere. “Io sto a fa’ il governo”, diceva il costruttore intercettato dai carabinieri, quando si riferiva ai suoi rapporti con i Cinque stelle e con la Lega. Ma quella che a orecchie normali può suonare come un’iperbole, in una città, Roma, la cui vita sociale è popolata d’individui ansimanti nell’inventare battute ed esagerazioni con velocità oppressiva, diventa invece un marchio d’infamia, un imbarazzo spaventoso per il mondo a Cinque stelle, che adesso si divide, comincia a guardarsi con sospetto, perché adesso ciascuno accusa sottilmente l’altro, in un gioco di allusivi silenzi. A chi si dovrà dare la colpa di tutto? 

  

Ed è un tutti contro tutti, un guardarsi di traverso, marinati nell’incertezza, con un fastidio che corre sotto la pelle, una specie di insidia dei nervi, un brivido del pensiero che non riesce a farsi concetto, ma solo pare coagularsi in frantumi inerti di dubbio: “Che altro c’è nelle intercettazioni?”, “che avrò detto io a telefono con Lanzalone?”. Le veline trasmesse ai giornalisti sono piene di favole evanescenti e maliziose, telefonate di Grillo, richieste di Casaleggio e incontri del sottosegretario Vincenzo Spadafora, interessamenti di Parnasi con l’assessore romano Daniele Frongia per la costruzione di nuovi palazzetti dello sport, “vedo Luigi tutti i giorni e lo sento almeno tre volte al giorno”, diceva d’altra parte Lanzalone a Parnasi. Ed è forse un solletico, un subbuglio, che volendo dargli un battesimo, non può che intitolarsi così: “Paura”. Ecco allora i rimpalli tra Di Maio e Raggi, il ministro e la sindaca, il capo politico e la donna piccola e diafana che ieri avanzava nei corridoi della procura della Repubblica e si presentava ai magistrati con torbida santità di martirio. “Lanzalone me lo portarono loro”, dice Raggi, riferendosi anche al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, mentre Di Maio invece scompare, fa sapere stizzito che “sulle vicende romane non metto più la faccia”, dunque diserta l’assemblea dei gruppi parlamentari a Montecitorio, poi non va nemmeno a “Porta a Porta”, adduce un malessere passeggero, forse dovuto alla preoccupazione che la sua vicenda politica sia a un bivio, e che insomma la sua permanenza ai massimi livelli possa da un momento all’altro risolversi in un’esistenza ubriacante, ma volatile al pari di un’ombra sul muro. Non c’è nessuno di loro infatti che in questo momento non tema di trasformarsi in un’escrescenza da espellere. Non più dei leader degni di cure, non più figli di fondatori carismatici, guru eredi, sindaci e ministri, ma uno scandalo per la grammatica grillina. Sospesi tra la favola, e una caduta da romanzo di Balzac.

  

“Di Maio è chiuso in un suo cerchio. Sono due o tre”, spiegava d’altra parte Lanzalone a Parnasi, in queste intercettazioni che non si sa se hanno rilievo penale ma certamente offrono una visione illuminante della vita di clan che si fa nel Movimento cinque stelle, nei corridoi e nei saloni dei palazzi della politica e del nuovo potere di governo. Da una parte Di Maio con i suoi, poi Grillo, poi Casaleggio, poi Raggi, poi Roberta Lombardi, ciascuno nella sua orbita solitaria, con un manipolo di pretoriani. Non c’è il vincolo solidaristico che teneva insieme i partiti classici. E questa è una sintesi così semplice e insieme quasi vertiginosa, perché adesso che si rischia grosso è iniziata la caccia al colpevole salvifico e totale. Poiché certo il povero Lanzalone, che portava Di Maio a Cernobbio, non basta. E allora adesso tutti si agitano come iene alla ricerca di un’altra carcassa da sbranare. Aspettando, e temendo, le nuove intercettazioni. A chi toccherà? Chi sarà il primo? E sarà sufficiente?

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.