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Strage Borsellino, il procuratore Scarpinato «C’è chi aiutò la mafia a uccidere Paolo»

Di Redazione |

«Menti esterne alla mafia hanno ordinato a Cosa nostra di anticipare il progetto di omicidio di Paolo Borsellino e hanno dato anche ai clan il supporto logistico per fare la strage».

Lo ha detto, anche sulla scorta di deduzioni processuali, il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, intervenuto al dibattito «Furti di verità: depistaggi e stragi in Italia» organizzato dalla corrente della magistratura Area a Palermo.

Partecipano il giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni, la figlia del giudice Borsellino, Fiammetta, il magistrato Nico Gozzo e l’avvocato Rosalba Di Gregorio. Al centro dell’incontro i depistaggi delle indagini sulle stragi italiane che hanno costituito una costante della storia del Paese.

Scarpinato si è soffermato sui depistaggi dell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio, su cui è in corso un processo, riportando dati di indagini e ricordando il mix di verità e menzogna che ha offerto una ricostruzione falsata dei fatti costata l’ergastolo a sette innocenti. Gozzo ha invocato l’esigenza di una «forte cura istituzionale ” che eviti il ripetersi degli «inquinamenti» che hanno contraddistinto certe indagini.

Scarpinato ha anche raccontato un’altra circostanza: «All’indomani della strage di via D’Amelio l’allora Procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra chiese a Bruno Contrada, che allora era ai vertici dei Servizi segreti, di aiutarlo nelle indagini, nonostante ci fosse una legge che vietava una collaborazione dei servizi segreti alle indagini». «Il Sisde – ha aggiunto – dopo essere stato incaricato dal Procuratore Tinebra comincia a indirizzare le note alla Procura della repubblica, tra cui quella del 10 ottobre ’92 e punta l’attenzione sul collaboratore di giustizia Scarantino». I «giudici hanno ritenuto che Arnaldo La Barbera (che guidava il gruppo investigativo “Falcone e Borsellino”) aveva trovato una fonte segreta che gli aveva rivelato delle notizie che aveva messo in bocca a Scarantino – dice – La Barbera sapeva quello stesso pomeriggio del 19 luglio del 92 in cui venne ucciso Paolo Borsellino che l’autovettura caricata di esplosivo era una 126 quando invece si seppe ufficialmente solo il 21 luglio. La mescolanza di notizie vere e false trasse in inganno i magistrati».

Durissime le parole di Fiammetta Borsellino: «Il Csm sul piano disciplinare non ha fatto nulla e quando si è mosso non l’ha fatto di sua iniziativa ma solo su input di noi familiari e questo per me è abominevole». COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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