Che la Chiesa viva tempi difficili e che i tempi per la Chiesa statunitense siano particolarmente difficili, è sotto gli occhi di tutti. Lo dimostrano anche l’ennesimo segnale arrivato da Oltreoceano e le reazioni alla decisione vaticana di chiedere un rinvio della votazione sui nuovi provvedimenti anti-abusi che la Conferenza episcopale Usa stava per promulgare.

 

Due dei tre testi preparati dal comitato esecutivo dell’episcopato degli Stati Uniti hanno provocato le perplessità della Santa Sede. I documenti sono stati inviati a Roma soltanto alla vigilia dell’assemblea generale dei vescovi convocata a Baltimora lunedì 12 novembre. Quasi una comunicazione pro forma. Nel giro di poche ore chi ha esaminato i testi in Vaticano ha rilevato due tipi di problemi: la mancata conformità con quanto stabilito dal Codice di Diritto canonico, e una certa genericità di alcuni degli standard stabiliti per giudicare l’accountability, cioè la personale responsabilità dei singoli vescovi nella gestione dei casi di abuso. Genericità che avrebbe reso difficile, in alcuni casi, per un vescovo essere certo di poter rientrare negli standard oppure prendere coscienza di averli violati.

 

Inoltre, il voto dell’episcopato Usa di queste nuove linee guida sarebbe avvenuto quando ormai mancano poco più di due mesi al summit convocato da Papa Francesco sugli abusi, al quale prenderanno parte tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo. Il cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, su mandato del Papa, ha scritto una lettera indirizzata al presidente dei vescovi statunitensi, il cardinale Daniel DiNardo, chiedendo di rinviare il voto (il voto, non la discussione). DiNardo lunedì 12 novembre ha comunicato la decisione ai confratelli, manifestando tutto il suo rammarico: ha parlato di «insistenza» della Santa Sede, scaricando dunque ogni responsabilità sul Vaticano, quasi che segnalare a dei vescovi cattolici l’incongruenza con il Codice di Diritto canonico di alcune norme che stavano per votare fosse un’indebita ingerenza.

 

In tempi “normali”, episodi del genere avrebbero provocato reazioni alquanto diverse. La presidenza dell’episcopato e il comitato che ha redatto le norme da correggere avrebbe fatto propria la preoccupazione della Santa Sede, invitando i vescovi a discuterne ma rimandando il voto a un secondo momento. Oppure avrebbe dichiarato che c’erano delle richieste da parte del Vaticano e che la presidenza le faceva proprie. Tanto più che nessuno da Roma aveva chiesto ai vescovi di non discutere su quei testi (suonano pertanto quantomeno ingenue le sottolineature entusiaste di chi afferma che i vescovi Usa hanno «tirato dritto» dibattendo sui documenti).

 

È curioso poi che la galassia politico-mediatica antipapale, quella che ha fatto dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò una bandiera, solitamente così attenta a ogni virgola della tradizione e della dottrina, pur di attaccare Francesco abbia gridato allo scandalo anche questa volta, fingendo di non accorgersi che l’obiezione delle autorità vaticana riguardava la conformità al Diritto canonico e al Codice promulgato da san Giovanni Paolo II.

 

Ancora, colpisce che a strumentalizzare la decisione vaticana per denigrare il Papa in nome della collegialità non rispettata, siano alcuni di coloro che in questi anni hanno sempre considerato come fumo negli occhi qualsiasi accenno alla collegialità stessa, ritenendola non un aspetto costitutivo della vita della Chiesa fin dalle sue origini, ma un insidioso pericolo per l’integrità del primato petrino. In realtà, l’accusa della galassia politico-mediatica antipapale e delle sue propaggini clericali, può essere tranquillamente ribaltata: è proprio per rispettare la collegialità che la Santa Sede ha chiesto di rinviare il voto, in vista dell’incontro di febbraio 2019 che riunirà in Vaticano tutti i presidenti degli episcopati del mondo per discutere di quell’argomento.

 

Il riconoscimento degli errori commessi nel caso cileno, l’incontro del prossimo febbraio in Vaticano, e anche la recentissima nomina dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna quale segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede attestano che il Papa in persona e la Santa Sede intendono proseguire nella lotta al fenomeno degli abusi, nella prevenzione degli abusi stessi, nella formazione più attenta dei seminaristi, nell’ascolto e nell’accompagnamento delle vittime, nel cambiamento della vecchia ma purtroppo ancora radicata mentalità tendente a coprire per non dare scandalo. Tutto ciò sempre però accompagnato dalla consapevolezza che non ci saranno norme o leggi, o standard etici in grado da soli di estirpare il male e il peccato. Dalla consapevolezza che la salvezza non potrà mai arrivare né essere assicurata dai codici di comportamento.

 

La Chiesa non è in grado di auto-redimersi grazie a regole sempre più dettagliate. Non può rischiare di essere assimilata a una corporation snaturando sé stessa. È per questo che la preghiera e la penitenza, la conversione, il rinnovamento spirituale e la grazia sacramentale non sono semplici “accessori” o risposte inadeguate al turpe fenomeno degli abusi. Rappresentano, invece, per chi ha il dono della fede, l’unica “medicina” veramente efficace.

 

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