È giunta alla vigilia di una festa particolarmente sentita dalle famiglie, il Thanksgiving Day – la festa seconda solo al Natale - la Lettera contro il razzismo dei vescovi degli Stati Uniti approvata nel corso della loro assemblea generale svoltasi nei giorni scorsi a Baltimora. 

In occasione del giorno del Ringraziamento, quando l’intera Nazione ricorda l’aiuto fornito dai nativi americani ai migranti che giungevano da oltreoceano (leggi dall’Europa) salvandoli da morte certa per denutrizione – una Festa che parla di solidarietà e amicizia fraterna fra popolazioni di diversa etnia e provenienza – i presuli si rivolgono ai fedeli, e a tutti i loro connazionali, per un appello all’insegna della fraternità, in nome della comune dignità umana, nei confronti di quanti oggi bussano ai confini della Nazione americana e di tutti coloro che, pur abitando sotto la stessa bandiera vengono ancora discriminati in diverse forme.

Open wide our hearts” (Spalanchiamo i nostri cuori) è uno scritto di 32 pagine che rappresenta un appello contro il razzismo – il primo negli ultimi 40 anni - perché «nonostante i molti progressi compiuti nel nostro Paese, il razzismo infetta ancora la nostra nazione», come scrivono i vescovi nell’introduzione.

Il vescovo Shelton J. Fabre, della diocesi di Houma-Thibodaux, suffraganea di New Orleans, presidente dell’apposita Commissione contro il razzismo istituita dalla Conferenza episcopale nel mese di agosto dello scorso anno e presidente della sottocommissione per gli affari afroamericani all'interno della commissione per la diversità culturale, ha dichiarato: «La commissione per la Diversità culturale, presieduta dall'arcivescovo Gustavo Garcia-Siller di San Antonio, Texas, ha coordinato alla stesura della lettera, ma l’intero episcopato degli Stati Uniti ha sentito il bisogno di affrontare ancora una volta il tema del razzismo, dopo aver assistito al deterioramento della situazione nazionale e agli episodi di violenza e conflitto, con sfumature razziali e xenofobe, che sono riemersi nella società americana degli ultimi anni. Sappiamo tutti - ha aggiunto Fabre - che le lettere pastorali a firma dell’intero episcopato sono rare e distanziate nel tempo, tuttavia nei momenti chiave della storia i vescovi si sono trovati uniti per pronunciamenti importanti, prestando la loro attenzione ad una questione particolarmente emergente con l'intenzione di offrire una risposta cristiana, carica di speranza, ai problemi del nostro tempo. E questo è uno di quei momenti».

La Lettera pastorale richiama i fedeli e tutte le persone di buona volontà alla fratellanza universale in nome della comune immagine di Dio. Nel 1979 i vescovi americani approvarono una Lettera sullo stesso tema dal titolo “Fratelli e sorelle tra noi: una lettera pastorale sul razzismo ai nostri giorni” dove si evidenziava che «il razzismo è un peccato, che divide la famiglia umana, cancella l’immagine di Dio tra i membri di quella famiglia, e viola la fondamentale dignità umana di coloro che sono chiamati ad essere figli dello stesso Padre». 

Un concetto che viene ripreso a distanza di anni e significative le assonanze tra le espressioni usate, quasi che quasi mezzo secolo fosse trascorso invano: «Il razzismo è un male che perdura nella nostra società e nella nostra Chiesa. Nonostante gli apparenti progressi e anche i cambiamenti significativi avvenuti negli ultimi due decenni, la realtà del razzismo permane tutt’oggi, anzi, nella maggior parte dei casi, solo le apparenze esterne appaiono cambiate», scrivevano i vescovi nella Lettera del ’79 e lo sottoscrivono anche oggi con parole coraggiose che diventano un manifesto contro le politiche di chiusura messe in campo dall’attuale amministrazione a Washington (che pure non è mai citata). «La Chiesa negli Stati Uniti negli scorsi anni ha parlato in modo coerente e deciso contro l’aborto, il suicidio assistito, l’eutanasia, la pena di morte e altre forme di violenza che minacciano la vita umana. Anche il razzismo è un attacco alla vita umana».

«Il razzismo si verifica quando una persona ignora la verità fondamentale che, dal momento che tutti gli esseri umani hanno un’origine comune, tutti sono fratelli e sorelle, tutti ugualmente fatti a immagine di Dio. Quando questa verità viene ignorata, la conseguenza è il pregiudizio e la paura dell’altro e, troppo spesso, l’odio. Caino dimentica questa verità nel suo odio per suo fratello. E il razzismo condivide lo stesso peccato che ha spinto Caino ad uccidere suo fratello. Ogni atto razzista, ogni commento, ogni battuta, ogni aspetto denigratorio come ad esempio la reazione al diverso colore della pelle, all’etnia o al luogo di origine è un autentico fallimento in quanto non riconosce l’altra persona come fratello o sorella, creata a immagine di Dio: «in questi e in molti altri atti simili, il peccato del razzismo persiste nelle nostre vite, nel nostro Paese e nel nostro mondo».

Non temono i vescovi di stigmatizzare le gravi discriminazioni contro le minoranze afroamericane, ispaniche e anche musulmane che si manifestano con «abominevole frequenza» in varie parti della Nazione. Ma c’è di più: «Ideologie di nazionalismo estremo stanno alimentando il discorso pubblico americano con una retorica xenofoba che istiga alla paura contro gli stranieri, gli immigrati e i rifugiati». E da ultimo «troppo spesso il razzismo si presenta sotto forma di un peccato di omissione, allorquando i singoli, le comunità e persino le chiese rimangono in silenzio e non riescono ad agire contro l'ingiustizia razziale quando questa si presenta di fronte a loro».

I presuli continuano puntando l’indice contro il «razzismo involontario e inconsapevole» che si manifesta con ingiustificabili atteggiamenti di superiorità nei confronti di gruppi e persone definiti troppo frettolosamente «criminali» o ritenuti incapaci di contribuire allo sviluppo della società e pure indegni di goderne dei benefici. Tra gli esempi riportati i frequenti episodi di uccisioni di afroamericani da parte delle forze dell’ordine, la sperequazione tra il numero dei detenuti di colore rispetto ai bianchi – i neri nel 2016 erano il 12% della popolazione, ma il 33% dei carcerati, gli ispanici il 16%, ma il 23% nelle carceri – e la “diversa” amministrazione della giustizia.

«Dio ci richiede di più» si legge nel testo, che continua affermando che i progressi compiuti contro il razzismo negli ultimi decenni non portano ancora a concludere che la situazione attuale possa dirsi soddisfare uno standard di giustizia. «Come cristiani, siamo chiamati ad ascoltare e conoscere le storie dei nostri fratelli e sorelle. Dobbiamo creare opportunità per ascoltare, con cuore aperto, le storie tragiche che sono profondamente impresse nella vita dei nostri fratelli e sorelle, se vogliamo essere mossi con empatia a promuovere la giustizia». 

I vescovi ricordano come molti gruppi, quali irlandesi, italiani, messicani, portoricani, polacchi, ebrei, cinesi e giapponesi, possano testimoniare di essere stati oggetto di pregiudizi razziali ed etnici al loro arrivo negli Stati Uniti e ancora oggi molti di questi gruppi stanno ancora sopportando pregiudizi, in testa il crescente antisemitismo, la discriminazione sui luoghi di lavoro nei confronti degli ispanici e una sorta di sentimento latente anti-musulmano. 

Come paradigma viene offerta l’esperienza dei nativi americani e degli afroamericani: prima che arrivassero gli europei, la terra americana aveva già come abitanti molte diverse popolazioni, con abitudini, lingue e credenze diverse; successivamente anche gli esploratori, e poi i pionieri, erano di nazionalità diverse. Si cita l’azione eroica di tanti missionari in difesa delle popolazioni locali, ma anche la furia oppressiva e letale di tanti coloni, senza dimenticare la schiavitù che hanno subito gli afroamericani deportati a forza e tenuti in condizioni disumane.

Oggi, a distanza di anni, «alcuni dei medesimi schemi di pregiudizio e discriminazione si vanno ripetendo»: un esempio è l’esperienza degli ispanici che «hanno subito discriminazioni in materia di alloggi, lavoro, assistenza sanitaria e istruzione, sono stati citati da innumerevoli nomi denigratori, hanno riscontrato supposizioni negative fatte su di loro a causa della loro appartenenza etnica, hanno subito discriminazioni nell’ammissione al college, per l'alloggio e nel registrarsi per votare. E questo, nonostante la loro considerevole parte della forza lavoro degli Stati Uniti e i numerosi contributi all'economia degli Stati Uniti» («In un passato non troppo lontano gli ispanici hanno incontrato cartelli esposti in ristoranti e negozi che dicevano: “Vietato l’ingresso a messicani o neri”»). 

I presuli offrono inoltre una sponda per un cambiamento di mentalità: «Ognuno di noi può iniziare ad agire in solidarietà per cambiare le prospettive per le generazioni future». Citano poi il Vangelo che ci impone anche di cambiare non solo atteggiamenti improntati al razzismo, ma anche di cambiare politiche e strutture che permettano al razzismo di persistere. «Superare il razzismo è una richiesta di giustizia, ma dal momento che l’amore cristiano trascende la semplice giustizia umana, la fine del razzismo significherà che la nostra comunità porterà frutti oltre il semplice trattamento equo di tutti». 

Non dobbiamo dimenticare che «il razzismo è un problema morale che richiede un rimedio morale - una trasformazione del cuore umano - che ci spinga ad agire. Il potere di questo tipo di trasformazione sarà un’azione forte volta all’eliminazione di tutte quelle ingiustizie che incidono sulla dignità umana».

Chiedendo poi umilmente perdono per tutti gli errori compiuti nella storia, i vescovi affermano: «Solo da un atteggiamento di umiltà possiamo guardare onestamente ai fallimenti del passato, chiedere perdono e andare insieme verso la guarigione e la riconciliazione. Ciò richiede che riconosciamo azioni e pensieri peccaminosi e chiediamo perdono. La verità è che alcuni figli e figlie della Chiesa cattolica nel passato sono stati complici del male del razzismo», aggiungono riportando esempi di segregazione all’interno delle parrocchie, in clima di apartheid. «Noi, vescovi cattolici negli Stati Uniti, riconosciamo le molte volte in cui la Chiesa non è riuscita a vivere come Cristo ha insegnato ad amare i nostri fratelli e sorelle. Riconosciamo anche quei casi in cui non abbiamo fatto abbastanza o siamo rimasti in silenzio quando sono stati commessi gravi atti di ingiustizia. Chiediamo perdono a tutti coloro che sono stati danneggiati da questi peccati commessi nel passato o nel presente». 

Ecco quindi l’appello ad un’assunzione corale di responsabilità al fine di correggere le ingiustizie del razzismo e di curare i danni che esso ha causato. «Ciò richiede che noi andiamo oltre noi stessi, aprendo le nostre menti e i nostri cuori per valutare e rispettare le esperienze di coloro che sono stati danneggiati dal male del razzismo».

Da qui anche una esortazione a parrocchie e ad ogni comunità religiosa perché si intraprendano azioni di carattere educativo contro il razzismo, si predichi con regolarità su questo tema e si promuovano ricerche a livello teologico. Un’azione che non può essere ristretta alla Chiesa cattolica, ma richiede il contributo degli altri fratelli cristiani e di quanti sono di diverse fedi sull’esempio di Martin Luther King.

Prima di una preghiera a Maria, i presuli concludono: «Non deve esserci posto per il razzismo nei cuori di nessuno; esso è una perversione della volontà del Signore per uomini e donne, tutti creati a immagine e somiglianza di Dio». 

 

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