Introduzione 

La “questione donna” nell'attuale contesto ecclesiale ed ecclesiologico ha le sue radici nel vissuto della Chiesa già nel suo sorgere e alla scuola del Rabbi Galileo, sia pur in una realtà socio-culturale datata ma con una prospettiva che non nasconde il “genio” femminile. Si pensi alle donne sotto la croce (Gv 19,25-27), a Maria di Magdala, alla quale Cristo dà il mandato di annunciare ai discepoli che Egli è risorto (Gv 20,17). È lei, Maria di Magdala la prima annunciatrice della resurrezione per mandato cristico assieme alle altre donne che si erano recate al sepolcro (Mt 28,8).

 

Le donne con l’apostolo Giovanni sono rimaste vicine a Cristo Gesù, come gli evangelisti ci riportano, anche quando i discepoli lo abbandoneranno dopo il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro. Le donne rimasero a Gerusalemme su “comando” del Risorto, assieme agli apostoli «nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda, figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la Madre di Gesù» (At 1,13-14).

 

Possiamo giustamente affermare, dai testi scritturistici, che gli eventi della fase cruciale della redenzione con la passione, crocifissione e resurrezione di Gesù di Nazareth, cuore della fede cristiana, hanno quale presenza qualificante «il genio femminile». Sono infatti le donne le «apostole degli apostoli». In tutti i racconti delle apparizioni del Risorto, come anche della Passione, vi è la presenza di quelle donne che hanno seguito Gesù già dal suo inizio nella missione di Maestro, a partire dalla Galilea. Nonostante il contesto socio-culturale del tempo, dove la testimonianza delle donne non veniva considerata come valenza ufficiale, gli evangelisti però non possono fare a meno di riportare fatti ed avvenimenti dove, in rapporto al cuore della fede cristiana, che è il mistero pasquale, le donne hanno avuto un ruolo singolare che risulta di una grande importanza “propedeutica” a quello dei “legittimi” ed “autorevoli” - per la situazione socio-culturale del tempo- testimoni del Risorto, che saranno Simon Pietro (Lc 24,34) e gli altri apostoli (Lc 24,36).

 

Nella logica cristiana, che va oltre le categorie socio-culturali, è il «genio femminile», cioè le donne, anche se considerate “figure povere” dal punto della giurisprudenza del tempo, ad essere scelte come annunciatrici e testimoni di ciò che è il cuore del messaggio cristiano: Cristo morto e risorto. È chiaro quindi che, partendo proprio dalle radici dell’annuncio cristiano, è importante tentare una teologia del «genio femminile», riconoscendola nei pronunciamenti del magistero contemporaneo, innestato ovviamente nella volontà positiva di Cristo. È proprio da questa, e non da un criterio socio- culturale, che deve partire e svilupparsi una teologia sulla natura e missione della donna, che con l’uomo costituisce quella dimensione creaturale voluta quale immagine e somiglianza dello stesso Creatore (Gen 1, 27).

 

In questa esposizione bypasseremo purtroppo l’aspetto scritturistico. Cercheremo invece di cogliere dal Concilio Vaticano II[1] e dai vari pronunciamenti dei Pontefici: da Giovanni XXIII[2] a Paolo VI[3], da Giovanni Paolo II[4] a Papa Francesco[5], ciò di cui il genio femminile è foriero per una teologica emancipazione dell’essere donna nella Chiesa, nell’evangelizzazione e nella solidarietà nei confronti del vivere oggi come discepoli di Cristo e testimoni di una “antropologia realizzata” in tutti i suoi molteplici aspetti e ruoli.

Identità e dignità duale: “maschio e femmina li creò” 

Nel Concilio Vaticano II, grazie anche alla presenza di “osservatori” donne volute da Paolo VI, nei documenti sia della Gaudium et Spes che nell’Apostolicam Actuositatem, il discorso delle donne si fa presente proprio in questi due testi redatti e approvati nell’ultima Sessione conciliare. Dopo l’intervento del magistero di Giovanni XXIII, che considera la presenza e l’autocoscienza della donna nei confronti della sua condizione come uno dei segni dei tempi[6], il Concilio vuole offrire il suo approfondimento circa l’identità della donna nella lettura dell'antropologia risalente alla dimensione della creazione presentata dal libro della Genesi: «Dio creò l'uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). Tale distinzione non è e non vuole essere discriminazione o divergenza nella dignità, ma reale parità «con gli uomini non solo di diritto, ma anche di fatto»[7]. 

 

Questa parità il Concilio Vaticano II sottolinea essere un diritto-dovere che giustamente le donne rivendicano[8] e che la Chiesa recepisce e propone come uno dei segni dei tempi[9]. Tale dualità paritaria è da cogliersi in ogni ambito, pur tenendo conto della distinzione intrinseca orientata alla complementarietà inter-soggettiva di una coppia che nella progettualità negli ambiti culturali, sociali, educativi e religiosi. Proprio secondo questa consapevolezza, gli estensori della costituzione pastorale Gaudium et Spes, che avevano redatto quella premessa dove si afferma che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri e di tutti coltro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo»[10], sottolineano che «per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo... Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche»[11]. 

 

Il Magistero si è interrogato su quelle che sono le «attese e le aspirazioni» legittime proprie della portata del «genio femminile», facendo leva su certe resistenze e portando ad un equilibrio evangelico ed antropologico quelle spinte divenute cavallo di battaglia delle campagne femministe. Che la donna fosse stata posta sia nella teologia medioevale che nella prassi della vita ecclesiale e sociale in una posizione di sudditanza, anche se con rispetto, è una costatazione reale. L’interesse del Magistero e della teologia sulla questione della donna, a giudicare dai documenti, fu ed è un tema affrontato con serenità e senza recrudescenze, tutelando della donna dignità e identità.

 

Pontificato di Paolo VI 

Vorrei partire dal pontificato di Paolo VI, richiamandomi al suo magistero, al Sinodo dei Vescovi del 1971 e alla Commissione di studio sulla donna nella società e nella Chiesa, costituito proprio da Papa Montini nel 1973. Alla luce del Concilio e prima dell’Anno internazionale della donna voluto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, proclamato nel 1975, Paolo VI a ottant’anni dall’enciclica sociale di Leone XIII Rerum novarum, offre a tutta la Chiesa e alle persone di buona volontà la lettera apostolica Octogesima adveniens, dove appunto Egli si chiede quale sarà il posto della donna nel contesto di questa «promiscuità urbana che diviene intollerabile»[12]. 

 

Qui Paolo VI dimostra di conoscere con preoccupazione le discriminazioni verso le donne in molti Paesi del globo terrestre e chiede alla Comunità internazionale di provvedere a redigere «uno statuto delle donne che faccia cessare una discriminazione effettiva e stabilisca dei rapporti di uguaglianza nei diritti e il rispetto della sua dignità. Non parliamo - scrive Paolo VI – di quella falsa uguaglianza che negherebbe le distinzioni poste dal Creatore e che sarebbe in contraddizione con la funzione specifica, così fondamentale, della donna tanto al centro del focolare come in seno alla società. Al contrario, l’evoluzione delle legislazioni deve andare nel senso della protezione della vocazione delle donne stesse, insieme, dal riconoscimento della sua indipendenza in quanto persona, dell’uguaglianza dei suoi diritti in ordine alla partecipazione alla vita culturale, economica e politica»[13].

 

Paolo VI ha voluto riportare in questo documento la questione della donna nel contesto del concetto di persona in quella antropologia duale e sinergica insieme che è insuperabile per l’equilibrio stesso sia dei soggetti che delle società e della Chiesa. La donna deve essere vista e promossa secondo le categorie della persona umana. È persona, la donna, e quindi deve poter realizzare almeno ciò che della persona dice Emmanuel Mounier: «Essa è un essere spirituale costituito come tale da un modo di sussistere e indipendenza nel suo essere; la persona ricava questa sussistenza dalla sua adesione ad una gerarchia di valori liberamente adottati, assimilati e vissuti attraverso un impegno responsabile ed una costante conversione; essa unifica così ogni sua attività nella libertà e sviluppa per di più, a suon di atti creativi, la singolarità della sua vocazione»[14].

 

Se questo vale per il concetto di persona in quanto essere razionale e relazionante in genere, è da applicarsi anche ai due soggetti, uomo e donna della dualità antropologica. Trattando noi della questione della donna, tali criteri debbono poter essere realmente focalizzati sia per l'identità femminile che per la sua dignità. Emmanuel Mounier nel suo “Trattato sul carattere” ha individuato quattro stadi per indicare la fenomenologia ermeneutica della persona: linguaggio, azione, racconto, vita etica[15],sinonimi quindi di libertà, responsabilità, educazione, relazioni etiche.

 

Per cogliere adeguatamente l’identità e la dignità della donna-persona umana, parte integrante dell’antropologia pensata e realizzata, è importante scorgere nel Magistero queste attenzioni sia nell’uomo che nella donna che, in nessun caso, soprattutto «la donna non deve essere mai trattata come uno strumento. La sua dignità si rispetta nella libertà che le è dovuta – dice Paolo VI – come persona, sia che entri nello stato matrimoniale, per cui le compete il diritto di scegliersi liberamente lo sposo, sia che preferisca conservare la verginità, consacrando se stessa a Dio e dedicando la sua opera al bene di tutti»[16]. Questa convinzione Paolo VI la esprime nel 1967 e la indirizza a tutte le Chiese locali africane e ai Paesi di quel continente.

 

Il Magistero, senza mezzi termini, chiede la promozione della donna, non solo africana, alla quale deve essere riconosciuta - in quanto persona - la libertà di scegliersi il proprio stato di vita, e il modo di esprimere la sua scelta nel rispetto di tutti. Qui la Chiesa cattolica ha operato in terra d’Africa realiter per la tutela, liberazione e promozione della donna, attraverso l’impegno concreto dei missionari che con il messaggio di Cristo hanno anche dato un forte contributo per l’emancipazione femminile, offrendo percorsi concreti contro l’analfabetizzazione e l’integrazione della donna nella società e nella Chiesa, oltre a far prendere coscienza alla donna dei suoi diritti nel matrimonio e nella vita quotidiana.

 

Il Sinodo dei Vescovi del 1971, nel terzo capitolo che tratta della giustizia nel mondo, così si esprime: «Vogliamo che le donne abbiano la propria parte di responsabilità e di partecipazione alla vita comunitaria della società ed anche nella Chiesa. Noi proponiamo che questo sia sottoposto a profondo esame, con mezzi adeguati, per esempio ad opera di una commissione mista composta di uomini e donne, di religiosi e laici di diverse condizioni e competenze». Proprio per ottemperare all’auspicio del Sinodo dei Vescovi del 1971, Paolo VI costituisce nel 1973 la Commissione di studio sulla donna nella Società e nella Chiesa presieduta dall’arcivescovo Bartoletti e costituita da 15 donne e 10 uomini, ecclesiastici e laici e laiche sposati e nubili, rappresentanti di culture e nazionalità diverse. Questa Commissione sarà operante fino al gennaio 1976.

 

Durante la prima sessione plenaria, avvenuta a Roma dal 15 al 18 novembre 1973, Paolo VI interviene ed indica la finalità dell'impegno di questo organismo da lui voluto, e cioè individuare e proporre «nel confronto fra le aspirazioni del mondo di oggi e l’illuminante dottrina della Chiesa, la piena partecipazione della donna alla vita comunitaria della Chiesa e della Società»[17]. Interessante per il nostro argomento sull’identità e la dignità della donna è l’ultimo intervento di Paolo VI alla Commissione il 31 gennaio 1976, quando afferma che: «Dio ha creato la persona umana, uomo e donna, in un unico piano d’amore; ha creato l’essere umano a sua immagine. L’uomo e la donna sono dunque uguali davanti a Dio: uguali come persone, uguali come figli di Dio, uguali in dignità, uguali anche nei loro diritti»[18].

 

Qui viene sottolineata, da parte del magistero pontificio, l’uguaglianza della persona-donna con la persona-uomo, da ritenersi per certa ed assodata a tutti i livelli, evitando però l’egualitarismo che rischia di virilizzare la donna e di non favorire la sua dignità di persona e di genere. Paolo VI, per non appiattirsi giustamente sulle posizioni ideologiche del femminismo del tempo, sottolinea che la promozione cristiana della donna non può limitarsi a rivendicare i diritti ma «lo spirito cristiano ci obbliga tutti, uomini e donne, a ricordarci sempre anche dei nostri doveri, delle nostre responsabilità. Oggi si tratta soprattutto di realizzare una collaborazione maggiore, più strette tra uomini e donne, nella società e nella Chiesa»[19].

 

Questo pensiero di Paolo VI è in profonda assonanza con il “messaggio alle donne” del Concilio Vaticano II, dove si afferma solennemente che: «La Chiesa è fiera, voi lo sapete, d’aver esaltato e liberato la donna, di aver fatto risplendere nel corso dei secoli, nella diversità dei caratteri, la sua uguaglianza fondamentale con l'uomo»[20].

 

Già nell’enciclica Humanae Vitae, sul tema della regolamentazione della natalità, Paolo VI offre una chiara sottolineatura della dignità e della relazionalità affettivo-sessuale dell’atto matrimoniale[21] tra coniugi, tutelando il rispetto della donna nella sua dignità di genere e chiedendo di evitare le vie illecite per la regolazione della natalità[22].In tale documento Paolo VI sottolinea anche la liceità dei mezzi terapeutici[23], e la liceità del ricorso ai periodi infecondi[24]. In questo documento Paolo VI tutela sì la dignità dell’atto sponsale che ha in sé l’aspetto unitivo e procreativo[25],ma soprattutto ha a cuore la dignità della donna-persona, con la sua libertà, coscienza e responsabilità nell’atto unitivo.

 

Nell’anno internazionale della donna indetto dalle Nazioni Unite, la Santa Sede viene invitata alla Conferenza mondiale sulla donna nel Messico dal 19 giugno al 2 luglio 1975. Paolo VI invia un messaggio alla signora Helvi Sipilä, segretaria generale della Conferenza mondiale, dove chiede che la Comunità internazionale «assicuri concretamente la piena integrazione delle donne nello sforzo globale di sviluppo e di riconoscere ed incoraggiare il loro apporto al consolidamento del Paese»[26]. L’intervento della Santa Sede in quel contesto internazionale insiste affinché in tutte le culture ci si sforzi per concepire in un modo rinnovato le relazioni tra uomini e donne, edificando così una società centrata sulla persona umana immagine di Dio; una società che dia il giusto posto alla famiglia, che riconosca nell’uomo e nella donna la propria dignità. La pari dignità deve rispettare la diversità. Si tratta di costruire un mondo armonioso, che è completamente diverso da un mondo uniforme[27].

Pontificato di Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Mulieris dignitatem (1988), partendo dalla descrizione di Gen 2,18-25Gen 1, 26-27, scrive che «possiamo comprendere ancora più pienamente in che cosa consista il carattere personale dell’essere umano, grazie al quale ambedue – l’uomo e la donna – sono simili a Dio... Leggiamo inoltre che l’uomo non può essere solo (Gen 2,15); può esistere soltanto come “unità dei due” e dunque in relazione ad un’altra persona umana. Si tratta di una relazione reciproca dell’uomo verso la donna e della donna verso l’uomo. Essere persona ad immagine e somiglianza di Dio comporta, quindi, anche un esistere in relazione, in rapporto all'altro»[28].

 

A conclusione di questa lettera apostolica Giovanni Paolo II rende grazie a nome della Chiesa «per le madri, le sorelle, le spose; per le donne consacrate a Dio nella verginità; per le donne dedite ai tanti e tanti esseri umani, che attendono l’amore gratuito di un’altra persona; per le donne che vegliano sull’essere umano nella famiglia, che è il fondamentale segno della comunità umana; per le donne che lavorano professionalmente, donne a volte gravate da una grande responsabilità sociale; per le donne “perfette” e per le donne “deboli” per tutte: così come sono uscite dal cuore di Dio in tutta la bellezza e ricchezza della loro femminilità; così come sono state abbracciate dal suo eterno amore; così come, insieme con l'uomo, sono pellegrine su questa terra, che è, nel tempo, la “patria” degli uomini e si trasforma talvolta in una “valle di pianto”; così come assumono, insieme con l’uomo, una comune responsabilità per le sorti dell’umanità, secondo le quotidiane necessità e secondo quei destini definitivi che l'umana famiglia ha in Dio stesso, nel seno dell’ineffabile Trinità»[29]. 

 

Nell’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici (1981), Giovanni Paolo II ribadisce che «la Chiesa come espressione della sua missione, deve opporsi con fermezza contro tutte le forme di discriminazione e di abuso alle donne»[30]. Nel 1995, in occasione della IV conferenza mondiale sulla donna, Giovanni Paolo II pubblica una lettera per tutte le donne di buona volontà «che si sono dedicate a difendere la dignità della condizione femminile»[31] e nella stessa lettera stigmatizza che in molte parti del mondo la donna è stata «misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prospettive, non di rado emarginata e persino ridotta in schiavitù»[32].

 

Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie (1994), richiamando l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI e lo stesso Concilio Vaticano II, pone l’accento su quella complementarietà uomo e donna nella pari dignità in quanto persona che esplica in modo singolare «nell’unione coniugale, la biblica una sola caro, [che] può essere compresa e spiegata pienamente solo ricorrendo ai valori delle persone e del dono. Ogni uomo ed ogni donna si realizzano in pienezza mediante il dono sincero di sé e, per i coniugi, il momento dell’unione coniugale costituisce di ciò una esperienza particolare. È allora che l’uomo e la donna, nella verità della loro mascolinità e femminilità, diventano reciproco dono»[33]. È il valore della persona nella sua differenza di genere, ma nella pari dignità in quanto persona, che è il fondamento della dignità del matrimonio e della famiglia.

 

Pontificato di Benedetto XVI

Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est, presenta l’identità della donna nel racconto della Genesi come colei che toglie l’uomo dalla solitudine[34]. Questa soluzione il Creatore la trae dalla stessa carne dell’uomo, tanto che Adamo riconosce la donna «carne della mia carne e osso delle mie ossa» (Gen 2, 23). Benedetto XVI si sofferma nell’osservare che l’Autore sacro ci presenta l’idea che «l’uomo sia in qualche modo incompleto, costituzionalmente in cammino per trovare nell’altra la parte integrante per la sua interezza, l’idea cioè che egli solo nella comunione con l’altro sesso possa diventare completo. E così – afferma Benedetto XVI – il racconto biblico si conclude con una profezia su Adamo: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2, 24)»[35].  

Pontificato di Papa Francesco 
Papa Francesco nell’esortazione apostolica Amoris laetitia ribadisce il concetto espresso da Benedetto XVI e invita a considerare la coppia umana, uomo e donna «nella sua realtà fondamentale»[36] e cioè nella narrazione eziologica della creazione sia di immagine di Dio, che – come richiama Benedetto XVI – di «completezza». Questa completezza identitativa non può essere, e non è, implosa, cioè che si fermi semplicemente in un mutuo aiuto, ma è fecondità generazionale. Tale completezza, costituita dalle differenze affettivo-sessuale, nella dimensione unitiva porta alla generazione e all’accoglienza della vita. La relazionalità unitiva dell’identità uomo e donna cambia per essi il loro status: divengo padre e madre grazie alla differenza di genere. Tale nuovo status ovviamente porta con sé un’ulteriore responsabilità che muta sensibilità e relazionalità facendo sorgere nuova e doverosa presa di coscienza come padre e come madre, ma anche tra loro[37].

  

Conclusione

Il Magistero del Concilio Vaticano II, soprattutto nella Gaudium et Spes, e dei Pontefici da Paolo VI a Francesco, ha offerto una sapiente e profetica presentazione dell’identità e della dignità duale: uomo e donna nella persona umana. Il punto di partenza per il Magistero è l’antropologia del libro della Genesi e ovviamente la distinzione di genere che, pur giustamente tenendo conto della diversità, vede l’uomo e la donna in una eguale dignità e identitativamente uno per l’altra, in una sinergia esistenziale che qualifica, nella dimensione relazionante, entrambi, completandoli reciprocamente.

 

L’impegno di Paolo VI fu orientato a difendere e promuovere la dignità della donna come persona e quindi interpella la Comunità internazionale a fare in modo che si legiferi a tutela della donna su ogni latitudine e longitudine del pianeta. Inoltre Paolo VI chiede dignità e rispetto per l’atto unitivo e procreativo all’interno della coppia e mediante un impegno formativo ed educativo in tal senso dell’intera società e della Chiesa. Giovanni Paolo II sente forte la ferita discriminatoria verso il genere femminile e denuncia le ingiustizie e le discriminazioni sociali nei riguardi della donna. Concorda con Paolo VI per la dignità e naturalità dell’atto sponsale, risottolineando la responsabilità dei coniugi stessi. Benedetto XVI valorizza la diversità di genere ed in essa vede la “completezza” identitativa, psicologica ed etica dell’essere uomo e donna. Papa Francesco tra le altre attenzioni chiede che la dimensione unitiva e procreativa della coppia si espleti con quella responsabilità che il nuovo stato di padre e madre richiede all’interno della famiglia e nella società. 

 

 

* Vicario episcopale per il laicato e la cultura della Diocesi di Trieste

 

NOTE    

[1] Dalla cost. past. Gaudium et Spes; dal decr. Apostolicam actuositatem e nel Messaggio alla donne-1965

[2] Giovanni XXIII, enc. Mater et magistraPacem in terris (1963)

[3] Paolo VI in La Chiesa e l'anno internazionale delle donne-1975. Testo originale in Insegnamenti di Paolo VI, vol. XIV, 1976, pp. 70-72

[4] Giovanni Paolo II, enc. Mulieris dignitatem(1988); Lettere alle donne (1995)

[5] Francesco, enc. Evangelii Gaudium,; es post-sinodale Amoris laetitia

[6] Giovanni XXIII, enc. Pacem in terris n.41

[7] Concilio Vaticano II, cost. Past. Gaudium et spes n.9

[8] Concilio Vaticano II, cost. Past. Gaudium et Spes n.9

[9] Giovanni XXIII, enc. Pacem in terris n.41

[10] Concilio Vaticano II, cost. Past. Gaudium et spes n.1

[11] Idem n.4

[12] Paolo VI, let. ap. Octogesima adveniens n.12

[13] Paolo VI, lett. ap. Octogesima adveniens n.13

[14] Cfr P. Ricoeur, La persona, ed Morcelliana, 2006 pp 24-25

[15] P. Ricoeur, La persona, ed Morcelliana, 2006 p. 39

[16] Paolo VI, Messaggio Alla sacra gerarchia della Chiesa cattolica in Africa e tutti i popoli dello stesso territorio, 29/10/67 n.36

[17] Insegnamenti di Paolo VI, ed LEV, 1974, vol XII/1974 n.1056

[18] Insegnamenti di Paolo VI, ed LEV, 1976, vol XIV/1976, 70

[19] Insegnamenti di Paolo VI, ed LEV, 1976, vol XIV/1976, 72

[20] Enchiridion Vaticanum, ed. Dehoniane,Bologna, 1987 n.501

[21] Paolo VI, enc. Humanae vitae (1968), n.11

[22] Idem n.14

[23] Idem n.15

[24] Idem n.16

[25] Idem n.12

[26] Paolo VI, La Chiesa e l'anno internazionale della donna 1975, n.34

[27] Cfr Pontificio Consiglio per i Laici, La Chiesa e l'anno internazionale della donna 1975, nn 35-36

[28] Giovanni Paolo II, lett. ap. Mulieris dignitatem n.7

[29] Idem n.31.

[30] Giovanni Paolo II, esort. ap. post sinodale Christifideles laici n.49

[31] Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, n.6

[32] Idem n.3

[33] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie n.12

[34] Benedetto XVI, enc Deus Caritas est n.11

[35] Idem n. 11

[36] Francesco, esort. ap. Amoris laetitia n.1

[37] Idem nn 176-177

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