A poco più di una decina di chilometri da Gerusalemme, dove religioni e popoli si mescolano ogni giorno, il checkpoint assomiglia al confine tra due mondi. Oltre la garitta e i controlli, la strada che porta al cuore di Betlemme - per la tradizione cristiana il luogo della nascita di Gesù - serpeggia fra le case allontanandosi e riavvicinandosi al muro che divide una parte dei Territori palestinesi da Israele. Assomiglia a una lama di cemento nel terreno e dal 2002 è la prima cosa che colpisce chiunque arrivi in visita. Pannelli grigi alti 8 metri, sovrastati da filo spinato e interrotti ogni tanto da torrette circolari, che si susseguono uno dopo l’altro per chilometri.

Il muro accoglie proteste e messaggi attraverso le opere di artisti come il writer inglese Banksy (i suoi murales - dal ragazzo con il volto coperto che lancia un mazzo di fiori oltre il filo spinato agli angeli che tentano di aprire due pannelli - sono ormai un percorso di visita), il napoletano Jorit Agoch e David LaChapelle, che ne ha fatto il set di uno spot.

Ma Betlemme, soprattutto ora che si avvicina Natale, è anche un luogo sacro. E il suo centro è la Basilica della Natività. Per trovare la grotta in cui secondo il Vangelo di Luca venne al mondo Gesù di Nazareth bisogna prima di tutto passare dalla porta detta dell’Umiltà. Piccola e bassa, richiede a ognuno di chinare la testa per poter accedere al vasto complesso di cui fanno parte la basilica, le quattro grotte sotterranee, i conventi latino, greco e armeno, il chiostro di San Girolamo con la cappella di Sant’Elena e la chiesa di Santa Caterina di Alessandria, più recente, da cui viene celebrata la messa di Natale.

L’attuale basilica, la cui custodia dal 1852 è condivisa tra cattolici romani, armeni e greco-ortodossi, è il risultato di ampliamenti e ricostruzioni della chiesa originale del 339, molto più piccola, con piano ottagonale e concentrata sulla sottostante grotta santa. Sotto l’altare, pochi gradini di pietra portano migliaia di persone nel luogo che la cristianità identifica come quello in cui nacque Gesù e che è indicato da una stella d’argento. Di fronte c’è la «mangiatoia», poco più di un paio di metri quadrati a ridosso di altre grotte sotterranee e dove si trova l’altare dei Magi su cui ai latini è consentito celebrare la messa. In base a un decreto del governo ottomano firmato nel 1852 per fermare le dispute fra comunità cristiane, anche la proprietà della grotta è condivisa tra francescani e greco ortodossi.

Il rituale

La vigilia di Natale una folla di scout, pellegrini, visitatori e curiosi invade le strade di Betlemme. Superano il checkpoint e si radunano nei pressi della tomba di Rachele. Qui, alle 11 viene aperto eccezionalmente un altro valico nel muro per consentire l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme, che insieme alla folla segue il percorso (patrimonio Unesco) fino alla Basilica, dove dà ufficialmente avvio alle solenni celebrazioni natalizie. Nelle strade del centro, gremite, addobbate, illuminate e invase di venditori di oggetti artigianali in legno di ulivo, l’atmosfera è straordinaria: musica, canti e preghiere scandiscono le ore fino alle 22, quando le porte della chiesa di Santa Caterina si aprono ai fedeli per la messa di mezzanotte. I posti sono limitati, i permessi vanno richiesti con largo anticipo alla Custodia di Terrasanta (it.custodia.org) e i controlli di sicurezza estremamente rigidi.

Secondo una consuetudine inaugurata da Yasser Arafat nel 1994, alla celebrazione partecipa il presidente palestinese che abbandona la chiesa al momento dell’eucaristia. Al termine della messa, il patriarca scende nella grotta e depone il bambinello nella mangiatoia. Fuori, protetti da sciarpe e cappelli di lana, i fedeli seguono ogni passaggio dai maxischermi. Fa freddo ma non importa: questa è una notte di Natale indimenticabile.

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