A Panama, con gli altri giovani accorsi ad incontrare Papa Francesco, forse sarebbe andata volentieri anche Susanna. E chissà quanti in questi giorni hanno pensato a lei, la ragazza romana che morì lungo il viaggio che la stava riportando a casa dalla Gmg di Cracovia, nell’estate del 2016. Falciata come un fiore da una meningite fulminante.

Susanna da allora riposa nel cimitero di Lanuvio, «in tenuta da pellegrina, la maglietta della Gmg e i calzoni macchiati del verde dell’erba di Cracovia». La sua vicenda terrena, interrotta al culmine in un momento di vita traboccante, è divenuta una cifra misteriosa per gli amici, i conoscenti, e la famiglia.

Il padre di Susanna ha provato a decifrarla, alla luce di tutto quello che c’era stato prima. Ne è nato anche un libro (Enrico Rufi, L’alleluja di Susanna, Edizioni San Paolo) che appare come un dono ancora più prezioso nei giorni di Panama e dopo il Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani. Mentre frasi fatte e conformismi vecchi e nuovi tornano a colorare il linguaggio di certi circuiti e apparati ecclesiali riguardo ai giovani, al loro cuore e al loro futuro. 

Il centuplo quaggiù

L’ultima canzone che Susanna avrà ascoltato con commozione è probabilmente Beautiful That Way, la colonna sonora del suo film preferito, La vita è bella di Benigni. La diffondevano gli altoparlanti del “Campus Misericordiae”, dove erano accampati i ragazzi italiani a Cracovia, la mattina dell’ultimo giorno in cui lei aprì gli occhi. Tutta la vita di Susanna ha vibrato di questo desiderio traboccante che la vita sia bella come sembra promettere. Insieme al presentimento di una felicità senza fine, avvertito nell’amore dei propri cari (a partire dalla mamma, dal papà e dall’inseparabile sorella Margherita). Un presagio di felicità insidiato ma non soffocato dallo strazio della fragilità di un’amica cara che aveva provato a farla finita, in un momento di buio.

Il cuore di ogni ragazzo e ogni ragazza va incontro alla vita con l’attesa di essere felice, se le circostanze tristi e la cattiveria dei grandi non spengono presto la luce. Un desiderio di salvezza e di letizia che certi giovanilismi clericali di nuovo conio non sanno misurare e non sembrano nemmeno avvertire. Presi come sono a sfornare per i ragazzi e le ragazze di oggi slogan e richieste di militanza da settantenni post-sessantottini in cerca di rivincite con decenni di ritardo. 

L’attrattiva di Gesù

Durante le indimenticabili vacanze al mare di Punta Ala, le due sorelle Susy e Meggy il sabato pomeriggio lasciavano la spiaggia per raggiungere l’altare all’aperto dove si celebrava la messa. Lo facevano «liberamente e felicemente», annota papà Enrico, che con due avverbi leggeri suggerisce en passant anche la dinamica misteriosa e semplicissima per cui anche oggi un ragazzo una ragazza possono diventare e rimanere cristiani. 

Non c’è cosa più grande di un cuore giovane che si affeziona a Cristo «liberamente» e «felicemente». Non per particolari insistenze educative, non per l’efficacia di metodi di arruolamento. Non per “induzione” familiare. Ma perché Gesù stesso lo ha attirato a sé, magari attraverso le circostanze più casuali. 

A portare per “contagio” Susy nella parrocchia romana di San Policarpo, ai margini del Parco degli Aquedotti, tra la Tuscolana e la via Appia, era stata l’amica Francesca. E da lì era cominciato il suo pellegrinaggio insieme a Cristo. Fino a scoprire, piano piano, che camminando con Lui veniva abbracciato e appagato in maniera inimmaginabile e sovrabbondante anche l’attesa di felicità a cui non si risponde da soli. 

 

Susanna aveva le sue preferenze. Non la attiravano troppo le sedute di “condivisione”, «versione parrocchiale dell’autocoscienza collettiva delle femministe anni Settanta». Faceva con entusiasmo l’animatrice nelle attività estive dell’oratorio. Figlia di radicali pannelliani, non le piacevano – come non piacevano a Marco Pannella – i matrimoni omosessuali. Ma il suo cristianesimo di buona tempra parrocchiale non la rinchiudeva nella maschera del militante in erba di una certa visione etico-religiosa. O in quella della giovane tormentata da scrupoli misticheggianti. «Io non metto in dubbio la mia fede. È molto debole, ma c’è». Così scriveva di sé Susanna. E il suo amico Gabriele ha scritto di lei che «ha scelto la parte migliore, che non le verrà tolta. Non amava affannarsi o spendersi più del necessario, evitando così il rischio di mettersi al centro dell’attenzione»

 

Invece l’ansia di attirare l’attenzione sulla propria persona traspare nelle pose auto-promozionali assunte da tanti uomini di Chiesa con la scusa di «raggiungere i giovani». Come se davvero potesse esserci qualche giovane normale che rimane colpito da un cardinale perchè si dimena al ritmo di disco-dance, o da un vescovo perché va in bicicletta, o da un prete perchè canta il rap. 

Con Susanna, nessuno aveva dovuto “organizzare” la sua gratuita e lieta appartenenza alla Chiesa. Nessuno aveva dovuto fomentare in maniera artificiale l’entusiasmo suo e della sua famiglia nel sentirsi abbracciati e confermati nella fede dal magistero di Papa Francesco. «I giovani», disse una volta il cardinale belga Godfried Danneels, «apprezzano una fede annunciata senza imballaggi, senza interminabili preamboli e “trucchi” di pre evangelizzazione. Sono aperti a chi testimonia loro la fede cristiana nella libertà, senza cercare di convincerli facendo pressione sulla loro, di libertà. Sono come i piccoli uccelli che si fermano incuriositi sul davanzale della finestra. Non bisogna tentare di catturarli».

L’avventura della vita ordinaria

Anche la storia di Susanna vista con gli occhi del papà, della sorella e della mamma attesta che il terreno più appropriato dove può fiorire il dono di grazia ricevuto nel battesimo è la vita ordinaria. Non i grandi eventi, ma la trama dei giorni, dove tutto può essere trasfigurato da quella fioritura. 

Guardare ai propri figli pensando a cosa ne sarà del loro destino contiene un tratto di vertigine e mistero per ogni genitore. Papà Enrico lo accarezza, cogliendolo nel flusso di ricordi della vita familiare (e così, tra le altre cose, il giornalista di Radio Radicale Enrico Rufi racconta per accenni anche il prodigio intimo di ogni vera famiglia, con un’intensità e un’efficacia che non si rintracciano nei trattati di teologia morale familiare). 


Nella normalità delle giornate ordinarie, così come nelle vacanze speciali in America o in giro per l’Europa, i genitori aiutano a tener desta in Susanna e nella sorella Margherita l’apertura e la passione per ciò che è bello e grande. «I suoi occhi verdi hanno fatto incetta della bellezza del Creato»: dai ghiacciai delle Alpi e delle Montagne Rocciose, alle maree di Mont Saint Michel; dalle sequoie di California, alle grotte di Postumia. 

La famiglia ha attraversato a quattro ruote terre di deforestazione della memoria cristiana, in Québec come in Francia. Hanno visto antiche chiese trasformate in librerie. Ma nel cuore della smemoratezza moderna ha continuato ad accrescersi in loro la simpatia per gli uomini e per il mondo, mentre godevano anche della bellezza delle cattedrali e delle abbazie, da Otranto a Vézelay, da Citeaux a Farfa.

Nel fiume di gratuità e gesti quotidiani di pazienza raccontato dal papà di Susanna c’è di tutto: la passione per la musica e le firme dei genitori copiate per giustificarsi a scuola; le versioni passate ai compagni del Liceo Augusto più scarsi in greco e latino e la passione per i film di don Camillo e Peppone, riflesso di un cattolicesimo italiano carico di «pedagogia della pietà e della misericordia»; i regali di Natale insieme all’ultima parmigiana che mamma Leila aveva preparato per le due sorelle pellegrine di ritorno da Cracovia, immaginandole affamate. «Come potrà il Paradiso, dove dicono sia andata Susanna - si chiede papà Enrico - essere per lei più bello di quello che ha lasciato quel sabato dell’ultimo luglio della sua vita mortale?». 

 

La caparra del Paradiso

«Quando la morte arriva con così tanta fretta», riconosce il papà di Susanna, «i genitori non possono fare a meno di tornare in continuazione sui giorni “di prima” e, smarriti, di guardare se stessi vivere ignari in una felicità fragilissima. Senza poter trovare consolazione nel ricordo, perché i ricordi son come infettati dal veleno del giorno in cui il destino ha scoperto le sue carte».

Dentro lo strazio, proprio la vita vissuta da Susanna, con la felicità e l’amore gratuito da lei pregustati, rende possibile, ragionevole e umano la speranza nel Paradiso, per lei e per i suoi. Una speranza che vibra nelle stesse parole della pellegrina che non tornò da Cracovia. Ma anche in quelle dei suoi cari e dei suoi amici. 

In uno dei suoi temi, scritto nell’ultimo anno di scuola, Susy aveva parlato anche della morte: «Non sappiamo cosa verrà dopo, e nessuno ce lo potrà mai dire - scriveva Susanna - ma la cosa migliore è avere sempre la speranza che qualcosa di bello ci attenda». Prima di morire, aveva avuto l’occasione di compiere un pellegrinaggio nel pellegrinaggio visitando Auschwitz, due giorni prima che ci andasse il Papa. E dopo, il suo pellegrinaggio non si è interrotto a Vienna, sulla strada del ritorno da Cracovia. Proprio come immaginava per sé il poeta francese Charles Péguy, raccontando all’amico Joseph Lotte la fatica sopportata durante una sua visita estiva a Chartres: «Ho rischiato di morire. Faceva un caldo! Sarebbe bello morire lungo una strada e andare in cielo in men che non si dica».  

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