Lo Spartaco mauritano che stamattina racconterà a Roma come abbia spezzato le catene del silenzio intorno alla schiavitù africana è un gigante buono. Si chiama Biram Dah Abeid ma l’hanno ribattezzato il Mandela di Nouakchott per la determinazione pacifica con cui da oltre vent’anni porta avanti la sua battaglia sfidando la prigione e l’odio giurato delle élite religiose del suo Paese. Arriva alla sede della Federazione Italiana Diritti Umani, che ha organizzato il convegno «La schiavitù nel XXI secolo» (oggi alle 9,30 a Palazzo Giustiniani), con una lunga tunica celeste, il passo solido, mani grandi che una legge più vecchia del tempo avrebbe voluto legate. Quando nel 2013 l’Onu gli conferì il premio per i diritti umani il mondo si accorse di colpo della sua «Initiative de Résurgence du mouvement Abolitionniste de Mauritanie»: poi tutto passa, veloce, si dimentica.

Come spiega l’oblio che, a parte qualche sortita nell’inferno dei migranti, avvolge la schiavitù contemporanea come se l’incubo di «Radici» fosse sepolto con il ’900?

«Persiste purtroppo un’illusione occidentale nei confronti del mondo arabo musulmano. L’occidente ha condiviso con alcune élite africane la lotta contro la schiavitù dei bianchi ma non ha mai affrontato il tema della schiavitù nelle società arabe. L’idea diffusa è che la schiavitù abbia coinciso con la tratta atlantica degli africani tra il XVI e il XIX secolo ma c’è anche quella araba-musulmana che, nel silenzio generale, ha visto trasferire uomini, donne e bambini verso l’Africa del Nord, la penisola Arabica, il Medioriente. La rimozione risale alle battaglie contro l’aphartaid, lo schiavismo afro-americano, le guerre d’indipendenza, quando nel nome di una solidarietà continentale e confessionale tra arabi e africani si mise da parte questa conflittualità atavica nascondendola al mondo. È così che la schiavitù nei Paesi arabo-musulmani è rimasta tale e quale era nel XII secolo, in Sudan, in Algeria, in Ciad, in Marocco, in Libia. Si discute tanto della schiavitù dei migranti in Libia ed è reale, ma con Gheddafi era la stessa cosa, i migranti diretti in Europa sono schiavi nuovi che si sommano a quelli di prima. Poi c’è il caso della Mauritania».

Cos’ha in più la Mauritania?

«Ha l’entità del fenomeno. Il 20% dei miei connazionali sono schiavi e il 35% sono schiavi affrancati, significa oltre metà della popolazione. E parlo di gente che lavora senza orario, senza salario, senza diritti civili, senza documenti né alternative a meno di essere sciolta dal padrone. È così da sempre e la Francia, concedendo l’indipendenza dopo 70 anni di colonialismo, ha garantito anche l’impunità alle minoranze arabo-berbere che gestivano la schiavitù prima e oggi sono al potere. Nel 1982 e poi nel 2007, dopo dure e ripetute rivolte, la schiavitù è stata ufficialmente bandita ma giacché nessuna legge la punisce sta lì viva e vegeta».

Nel 2012, durante una protesta, è stato arrestato per aver bruciato un breviario musulmano. Cosa c’entra l’islam?

«Il razzismo, da cui proviene la schiavitù, ha tante cause e quella economica è la meno importante. Il codice d’onore degli arabi per esempio, considera degradante il lavoro, nei campi come in cucina, e prevede gli schiavi per questo. È così da secoli e da secoli gli schiavi partoriscono schiavi che i padroni si trasmetteranno in eredità. Poi c’è la religione, che sin dall’inizio è servita da giustificazione. In Mauritania si racconta che i futuri schiavi e i liberi fossero nati uguali. Poi, durante un temporale, i primi si coprirono la testa con il Corano macchiandosi la faccia d’inchiostro e Allah, ritenendoli irrispettosi, li condannò alla negritudine e dunque alla schiavitù. Ho bruciato il libro che, interpretando alcuni versi del Corano, sostiene queste follie: dice anche che le schiave sono a disposizione del padrone, possono essere abusate, vendute, condivise, affittate».

Quando ha deciso di rompere il silenzio?

«Sono libero perché mio padre fu affrancato nel ventre di mia nonna quando un sacerdote prescrisse come cura al padrone malato la liberazione di uno schiavo e quello liberò il feto. A 10 anni ho visto il primo schiavo picchiato, era più forte del suo aguzzino ma non si ribellava perché, come mi spiegò mia madre, aveva le catene nella testa, la religione, l’ignoranza. Mio padre ha voluto che studiassi perché capissi dai libri religiosi come la schiavitù dipenda dall’uomo e non da Dio: è la mia battaglia»

Cosa può fare l’Europa?

«Finché l’Europa commercerà con i governi corrotti africani la schiavitù s’intensificherà, quella stanziale come quella dei migranti. In Mauritania il 93% dell’oro estratto finisce in tasca a gruppi europei, russi, americani e cinesi, mentre il 7% va alla minoranza araba al potere, un sistema che si alimenta con la schiavitù».

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