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Bodyguard, il posto di tutte le sfighe possibili

La nuova serie britannica su Netflix

Francesco Specchia
Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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Bodyguard Foto: Bodyguard
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David Budd, sergente dell'esercito di Sua Maestà Britannica, è un tipo che fa della sua sfiga poderosa quasi una ragione di vita. La prima puntata della serie a lui dedicata, Bodyguard su Netflix (al debutto dopo il buon successo sulla Bbc One), è un incrocio fra un film di Bruce Willis e La patente di Pirandello dove la iella domina sovrana. Nel primo fotogramma che ne illumina la grama esistenza, il sergente con occhio vitro si trova su un treno londinese con i due figlioletti ottenuti in concessione dalla ex moglie che lo vuole più vedere neanche dipinto. Budd apre la porta del bagno del vagone e si trova di fronte a una musulmana aspirante martire di Allah, che giocherella con un detonatore attaccato ad una cintura di tritolo. M'immagino la reazione sulla vescica del nostro eroe.  Il quale, pur facendosela sotto, si mette a parlare a raffica di tutto, una logorrea invincibile stile Radio Radicale; e così sventa coraggiosamente l'attentato, e, come premio, viene affidato alla sicurezza personale del ministro degli Interni Julia Montague. La quale ministra aveva votato, mesi prima, per l'intervento bellico della Gran Bretagna in Afghanistan. Ovvero a favore del conflitto in cui lo stesso Budd era sfuggito alla morte e per il quale egli odia tutta la classe politica che lì ce l'aveva mandato. Ammetterete che non è un buon inizio. Ma non è tutto. Il nostro eroe viene, da quel momento, preso di mira da qualsiasi fanatico terrorista che passi accanto. Un camion carico di esplosivo al plastico esplode, gli ammazza i colleghi e rischia di far saltare in aria la scuola dei figli (con i figli dentro). Un ex collega psicotico gli crivella l'auto blindata e poi si spara in bocca. In più il sergente ha dei problemi mentali dovuti a traumi postbellici conditi da un'attività alcolica notturna superiore a quella di Dean Martin. La moglie, alla quale l'uomo cerca di riavvicinarsi, ha, ovviamente, un amante. E Budd non trova di meglio che consolarsi con la ministra che ha giurato di proteggere. Tutta la critica mondiale afferma che Bodyguard sia un buon prodotto che ha conquistato meritatissimi record d'ascolti. Per me ha pochissimo d'originale, richiama almeno una mezza dozzina di film sullo stesso tema, a partire dallo storico film con Whitney Houston del '92; e, a parte le scene d'azione, è costruito su tracce psicanalitiche che mi procurano un diffuso senso d'angoscia. Dura sei puntate. Siamo quasi alla fine…    

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