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CULTURA

11 giugno 1984-11 giugno 2014

Enrico Berlinguer, quando l'Italia era una questione morale

Nel giugno di 30 anni fa moriva Enrico Berlinguer, storico segretario del Pci, padre del compromesso storico e fautore della rottura con l'Unione Sovietica

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Enrico Berlinguer nel 1974
di Emilio Fuccillo
“Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede”, con queste parole Indro Montanelli descriveva Enrico Berlinguer, lo storico segretario del Pci morto nel giugno di 30 anni fa. E significativo è che un simile profilo venisse tratteggiato da quello che era, almeno intellettualmente, un avversario di Berlinguer.
 
Caratteristica fondamentale del segretario del Pci, padre del compromesso storico, fautore dell’allontanamento dall’Urss e dell’eurocomunismo, era infatti la capacità di guadagnarsi il rispetto, sincero, degli avversari e l’affetto degli elettori. Ai suoi funerali a Roma partecipò, spontaneamente, oltre un milione di persone e, tra chi rese omaggio alla salma, ci fu anche lo storico leader del Msi Giorgio Almirante.
 
La biografia
Enrico Berlinguer nasce il 25 maggio del 1922 a Sassari da una famiglia agiata. Nella cittadina sarda trascorre l’infanzia e l’adolescenza, frequenta il liceo classico Azuni e nel 1940 si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza.
 
Nell’agosto del 1943 aderisce al Pci. Inizia allora il suo impegno politico con la partecipazione alle lotte antifasciste.
 
Nel gennaio del 1944 viene arrestato con l’accusa di essere il principale istigatore delle manifestazioni per il pane, che si sono svolte nei mesi precedenti in Sardegna. Resta in carcere quattro mesi. A settembre si trasferisce a Roma con la famiglia, poi a Milano dove lavora nel Fronte della gioventù, il movimento politico fondato da Eugenio Curiel per coordinare l’arcipelago delle organizzazioni giovanili antifasciste, e dove collabora con Luigi Longo e Giancarlo Pajetta.
 
Nell’estate del 1946 Berlinguer è il capo della delegazione di quindici elementi appartenenti al Fronte della Gioventù che visita l'Unione Sovietica, e in quell’occasione viene ricevuto in un breve incontro da Stalin.
 
La sua carriera politica nel Pci comincia nel gennaio del 1948, quando a ventisei anni entra nella direzione del partito e meno di un anno dopo diventa segretario generale della Fgci, la Federazione giovanile comunista.
 
Nel 1956 lascia l’organizzazione giovanile e l’anno dopo sposa a Roma Letizia Laurenti.
 
Nel 1958 Berlinguer entra nella segreteria del partito per affiancare Luigi Longo, vicesegretario e responsabile dell’ufficio di segreteria. Da allora il rapporto fra Berlinguer e il segretario Togliatti diviene quotidiano.
 
Fra il 1964 e il 1966 Berlinguer mostra la sua grande capacità di mediare gestendo un grosso scontro interno al partito. La destra del Pci, rappresentata da Amendola, sostiene la formazione di un unico partito socialista che unisca tutte le forze della sinistra italiana. L’ala radicale di Pietro Ingrao, invece, si batte affinché il Pci si allei con i gruppi della sinistra rivoluzionaria. All’XI Congresso, nel gennaio del 1966, Berlinguer si fa interprete delle esigenze di tutto il partito presentandosi come un mediatore di prima grandezza. È un successo personale, confermato due anni dopo dalle elezioni del 1968 in cui è capolista nel Lazio e in cui viene eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati.
 
Dopo i fatti di Praga Berlinguer condanna l’intervento sovietico in Cecoslovacchia e respinge “il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni”. Lo strappo è senza precedenti. Nel 1969 a Mosca, alla conferenza internazionale dei partiti comunisti, dichiara apertamente il dissenso dei comunisti italiani nei confronti della politica stalinista.
 
Al congresso del 1969, Berlinguer appoggia la linea movimentista e introduce uno dei temi più importanti del suo progetto politico. Ai delegati presenta il partito come una forza centrale della società italiana, una forza fra le istituzioni e i cittadini, che deve essere coinvolta nella formazione e nella gestione dei processi democratici del paese perché ne è parte decisiva. Il Pci che vuole Berlinguer non è solo il partito della classe operaia: deve candidarsi a guidare il paese, ponendo fine alla conventio ad excludendum per cui i comunisti di fatto sono esclusi dal governo.
 
Nel 1972 Berlinguer diviene segretario del Pci e al XII congresso riprende la formula togliattiana della collaborazione fra le grandi forze popolari: comunista, socialista e cattolica. Ma c’è anche di più, non si tratta solo di ribadire la tesi che Togliatti espresse sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Con tre articoli su “Rinascita”, fra il settembre e l’ottobre del 1973, Berlinguer propone la sua analisi della società moderna partendo dal colpo di Stato in Cile, che ha mostrato a cosa può andare incontro una democrazia fragile. Così scrive il 12 ottobre del 1973: “la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”. Lo spiega chiaramente: l’Italia è una democrazia debole che ha bisogno di un’alternativa condivisa e costruita dai grandi partiti di massa.
 
Il grande successo elettorale, ottenuto dai comunisti italiani alle elezioni del 1975 e del 1976, conferma l’intuizione di Berlinguer e sconvolge il sistema politico, ormai da anni afflitto da un’endemica instabilità e bloccato dalla Dc che è al centro dei governi e delle maggioranze parlamentari. I tempi sembrano maturi per un cambiamento radicale della politica italiana.
 
Nel 1976 accanto alla proposta del compromesso storico, Berlinguer esplicita l’altro tema della sua politica di dirigente comunista: rompe con il Partito Comunista sovietico. A Mosca, davanti a 5 mila delegati Berlinguer parla del valore della democrazia e del pluralismo, sottolinea l’autonomia del Pci dall’Urss e condanna l’interferenza dei sovietici nelle questioni dei partiti socialisti e comunisti degli altri paesi. È l’eurocomunismo.
 
Con il compromesso storico e l’eurocomunismo, Berlinguer porta il Pci, dopo le elezioni del 1976, al primo governo della solidarietà nazionale. Si tratta di un monocolore democristiano che si regge sulla “non sfiducia”, cioè sull’astensione dei vecchi partner di governo ai quali si aggiungono i comunisti. A sinistra, molti sottolineano che non è questa la ratio del compromesso storico e che il Pci non riuscirà ad ottenere ciò che ha chiesto ai democristiani in cambio della non sfiducia. E, infatti, le elezioni del 1977 non lo premiano.
 
Nel gennaio 1978 Berlinguer incontra Aldo Moro, il leader democristiano con cui ha costruito il governo della solidarietà nazionale e gli chiede di agevolare l’entrata dei comunisti al governo.
 
Ad opporsi sono però in molti: la destra democristiana, il Vaticano, gli americani, la destra italiana. E intanto nel paese il terrorismo miete le sue vittime; due mesi dopo le BR rapiscono e uccidono Moro. È la fine della solidarietà nazionale e del progetto di Berlinguer.
 
Nel 1981, in un’intervista ad Eugenio Scalfari, Berlinguer accusa la classe politica italiana di corruzione, sollevando la cosiddetta questione morale. Denuncia l’occupazione da parte dei partiti delle strutture dello Stato, delle istituzioni, dei centri di cultura, delle Università, della Rai, e sottolinea il rischio che la rabbia dei cittadini si trasformi in rifiuto della politica.
 
È l’analisi di un grande leader politico che l’11 giugno del 1984 a Padova, mentre conclude la campagna elettorale per le elezioni europee, viene colpito da un ictus.